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Attualità

Un passo avanti verso una legge sull’eutanasia

Marco Matteoli

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“Non è sempre reato aiutare il suicidio”, lo ha stabilito la Corte Costituzionale con un verdetto riferito al caso dell’esponente dei Radicali Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni.

Il 27 febbraio 2017, Marco Cappato, esponente del partito “+ Europa”, dopo aver accompagnato in una clinica svizzera per il suicidio assistito il signor Fabiano Antoniani, conosciuto come DJ Fabo, si è autodenunciato. In base all’ Art.580 del codice penale, aiuto al suicidio e istigazione al suicidio sarebbero puniti allo stesso modo, con la reclusione sino a 12 anni.

In data 25 settembre 2019, la Consulta ha stabilito l’incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

“Una vittoria della disobbedienza civile”, così Marco Cappato, attraverso i social network, dichiara la sua presa di responsabilità nella sua battaglia per il rispetto della dignità di chi soffre.

Pronta risposta da parte delle istituzioni ecclesiastiche, in particolar modo da parte del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, che dichiara che  “morire non è un nostro diritto, e che non può dipendere dalla nostra volontà”, denunciando una visione utilitaristica della vita umana.  

“Morire non è un nostro diritto, non può dipendere dalla nostra volontà”

Card. Bassetti

Contrariato anche il leader della Lega, Matteo Salvini “Sono e rimango contrario al suicidio di Stato imposto per legge. Parliamo con i medici, parliamo con le famiglie però la vita è sacra e da questo principio non tornerò mai indietro”.

Il prossimo passo è che il parlamento si impegni a emanare una legge a riguardo, modificando il quadro normativo, che punisce sempre e comunque, non solo chi istiga il suicidio, ma anche chi collabora, a prescindere dallo stato in cui si trovi. Dal punto di vista Europeo, Svezia, Germania, Finlandia e Austria, tollerano l’eutanasia passiva, ovvero la sospensione alle cure su richiesta del paziente, la Svizzera prevede sia l’eutanasia passiva, che quella attiva (il medico somministra il farmaco), che il suicidio assistito (il farmaco viene preso dal paziente su prescrizione del medico).

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Attualità

Clima: quando per più di un miliardo di persone il caldo sarà insopportabile

Collaboratori occasionali

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di Irene Morabito

Da qui ai prossimi 50 anni, più di un miliardo di persone saranno costrette a migrare in altre zone del mondo in cui il clima è più mite, poiché le temperature dei propri paesi si alzeranno a tal punto da renderli invivibili. 

Questo è ciò che salta fuori dallo studio di un team di ricerca internazionale di scienziati, archeologi, ecologi e climatologi provenienti da università di Europa, di Cina e degli Stati Uniti e pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) proprio la scorsa settimana. 

I risultati della ricerca, ci portano a prevedere uno scenario nel quale 1,2 miliardi di persone in India, 485 milioni in Nigeria e oltre 100 milioni tra Pakistan, Indonesia e Sudan finiranno col vivere in luoghi dove le temperature medie saranno di 29 gradi. Per dare un’idea, attualmente questo livello di temperatura è presente principalmente solo nelle aree più roventi e non abitate del Sahara, e consiste nello 0,8% della superficie terrestre del pianeta. Considerato che le emissioni incontrollate di gas serra sono riconosciute come le principali responsabili del riscaldamento globale, se continuassero ad aumentare da qui al 2070, l’incremento delle zone inabitabili potrebbe raggiungere il 19% della superficie terrestre globale.

“Ciò porterebbe 3,5 miliardi di persone in condizioni quasi invivibili“, afferma il coautore dello studio Jens-Christian Svenino dell’Università di Aarhus. Le difficoltà scaturite da questo forte aumento delle temperature medie, porterebbero molte popolazioni a vivere in ambienti insostenibili, minacciando la loro salute, riflettendosi sulla loro società, stili di vita e economia, aumentando conseguentemente la pressione migratoria verso siti più accoglienti.

“I cambiamenti si manifesterebbero meno velocemente che con l’attuale pandemia da Covid-19, ma sarebbero ancor più deleteri perché alcune zone del Pianeta si riscalderebbero a livelli a malapena accettabili per la sopravvivenza umana, e non si raffredderebbero mai più”, osserva Marten Scheffern dell’Università di Wageningen, coordinatore dello studio assieme a Xu Chi dell’università di Nanjing.

Lo studio esamina come il cambiamento climatico influisce sull’habitat umano. Il passo precedente era stato l’esperimento dei cambiamenti climatici all’interno delle foreste pluviali e delle savane.

”Sappiamo che la maggior parte degli habitat delle creature è limitata dalla temperatura. Ad esempio, i pinguini si trovano solo in acqua fredda e i coralli solo in acqua calda. Ma non ci aspettavamo che gli umani fossero così sensibili. Ci consideriamo molto adattabili perché usiamo vestiti, riscaldamento e aria condizionata. Ma, in effetti, la stragrande maggioranza delle persone vive – e ha sempre vissuto – all’interno di una nicchia climatica che ora si muove come mai prima ” – Marten Scheffer, ecologo dell’Università di Wageningen.

Le ricerche hanno evidenziato che per millenni, nonostante le migrazioni, le innovazioni e i cambiamenti, la maggior parte delle zone abitate dall’essere umano sono in una fascia climatica di temperature medie annuali che sia aggirano tra gli 11° e i 15° e in minor parte tra i 20° e i 25°, quindi un range climatico che risulta essere l’ideale per la salute umana e la produzione alimentare. Purtroppo però l’eccesso delle emissioni di anidride carbonica prodotto dalle attività umane, sta portando il pericolo sempre più vicino alla realtà prossima, facendo diventare invivibili le aree attualmente abitate.

“Questa nicchia climatica sorprendentemente costante rappresenta probabilmente i vincoli fondamentali di cui gli esseri umani hanno bisogno per sopravvivere e prosperare”, afferma il professor Scheffer. 

Gli autori di questa ricerca però avvertono che se le emissioni di carbonio proseguissero con questo andamento, vasti territori del pianeta si riscalderebbero a livelli di calore a stento sostenibili. Il loro nuovo raffreddamento sarebbe però impossibile essendosi interrotto il ciclo naturale. Le persone che non hanno mezzi tecnologici o economici per adattarsi a queste temperature, saranno di conseguenza costretti a migrare. Ciò porterà a tensioni, conflitti e crisi umanitarie. Non dimentichiamoci che già adesso la situazione delle migrazioni è critica ancheperchéquesto processo è già iniziato. Estendendosi a livelli esponenziali, porterebbe a conflitti già solo pensando all’equa distribuzione delle risorse.

“La buona notizia è che questi impatti possono essere notevolmente ridotti se l’umanità riesce a frenare il riscaldamento globale”, afferma il coautore dello studio Tim Lenton, specialista del clima e direttore del Global Systems Institute dell’Università di Exeter. “I nostri calcoli mostrano che ogni livello di riscaldamento sopra i livelli attuali corrisponde a circa un miliardo di persone che non rientrano nella nicchia climatica. È importante che ora possiamo esprimere i benefici della riduzione delle emissioni di gas serra in qualcosa di più umano che in termini monetari “.

“Questo studio sottolinea il motivo per cui un approccio olistico alla lotta ai cambiamenti climatici che includa l’adattamento ai suoi impatti, affrontando le questioni sociali, costruendo la governance e potenziando lo sviluppo nonché percorsi legali compassionevoli per coloro le cui case sono colpite, è fondamentale per garantire un mondo in cui tutti gli esseri umani possono vivere con dignità “, aggiunge Scheffer.

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Attualità

Covid19: Lombardia e Veneto a impatto differenziato

Aprile: la Lombardia conta 46.000 casi positivi ed 8.000 morti, il Veneto 10.000 e 532 vittime

Monica Splendori

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Covid19. La Lombardia in particolare, ma anche il Veneto, sembravano le regioni con le Sanità più efficienti, e che fossero poco pronte a fronteggiare la pandemia è apparso difficilmente spiegabile. Oggi si guarda alla risoluzione dell’esito del virus,  ma in febbraio e marzo i governatori di queste due regioni erano notevolmente indecisi se giocare la carta del rischio e mantenere la catena di produzione aperta. Una sanità efficiente, ma non totalmente efficace, non ha potuto frenare una rapida divulgazione epidemica,  e si sono registrati  ritardi di disporre la zona rossa, ad esempio nei comuni di Alzano e Nembro, e anche i ricoveri in Rsa sono questioni che non possono non emergere come possibili responsabilità.

Ciò che differenzia le due Regioni, nella gestione del virus,  lo ha evidenziato il virologo Giorgio Palù: è differente il tessuto sociale, ma soprattutto è stata differente la curva dei decessi, il 14% in Lombardia e il 3,3% in Veneto. In Veneto è stato fatto un lavoro preventivo dalle Als e dai medici di base isolando le persone a rischio e i positivi, ed è emerso il modello di sanità pubblica, mentre forse la concorrenza tra pubblico e privato è stata un importante fattore di difficile gestione dell’epidemia lombarda.

Infatti in aprile la Lombardia conta 46.000 casi positivi ed 8.000 morti, il Veneto 10.000 e 532 vittime. L’Emilia Romagna, dal canto suo,  ha saputo rispondere in modo molto più efficace, con maggior decisionismo nelle zone rosse, ed una sanità più orientata al pubblico, con quindi meno decessi nonostante la densità della popolazione emiliana.

In conclusione, considerando che i virus come la Spagnola o l’Asiatica ci sono sempre stati e si sono presentati anche nel secolo scorso – non trattandosi quindi, per il Corona-virus di un evento del tutto nuovo – c’è da chiedersi quanto la tutela della salute debba essere gestita dalle singole realtà regionali, con le conseguenti disparità, e quanto dallo Stato?

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Attualità

Covid-19 e gestione dello stress: dall’Inail supporto psicologico al personale sanitario

In collaborazione con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi a sostegno agli operatori impegnati nell’emergenza

Paolo Castiglia

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“Medici, infermieri, operatori delle ambulanze, assistenti sociali e domiciliari sono sottoposti da settimane a un carico di lavoro estenuante, a cui si somma la pressione fortissima che deriva dal contatto quotidiano con la sofferenza e dalla paura di essere contagiati e di contagiare i propri familiari”. Parla così il presidente dell’Inail, Franco Bettoni, spiegando l’iniziativa del suo Istituto che ha l’obbiettivo, appunto, di contribuire alla gestione dello stress e alla prevenzione del burnout di tutti gli operatori sanitari impegnati nell’emergenza Coronavirus.

“Lo stress psico-fisico prolungato nel tempo – aggiunge Bettoni – rischia di avere conseguenze negative che non vanno sottovalutate. Con questa iniziativa mettiamo a disposizione di tutte le strutture sanitarie alcuni strumenti utili per prevenirle e per gestirle in modo efficace”. 

Per questo ha preso il via l’iniziativa promossa proprio dall’Inail,  in collaborazione con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi: la creazione di task force di psicologi nelle strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale, per l’attivazione di servizi di supporto al personale sottoposto allo stress cronico provocato dall’attuale emergenza epidemiologica, che può tradursi in un impoverimento delle energie e in un aumento della distanza mentale e dei sentimenti negativi nei confronti del lavoro e degli altri.

 “Lo stress lavorativo è un tema importante, che nell’emergenza Covid è diventato drammatico per gli operatori sanitari in prima linea – aggiunge in proposito il residente nazionale dell’Ordine degli Psicologi, David Lazzari – e queste indicazioni vogliono promuovere interventi psicologici tempestivi e coordinati a favore di questi professionisti, con una metodologia riconosciuta e affidabile”.

Oltre alle indicazioni per l’attivazione delle task force territoriali, che dovranno favorire modalità di contatto in remoto, il pacchetto di assistenza comprende una scheda per il triage psicologico, finalizzato alla raccolta di informazioni utili a impostare un primo colloquio e a monitorare nel tempo le condizioni degli operatori sanitari che prendono contatto con i servizi di supporto.

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