Dobbiamo avere più paura del terrorismo o dello zucchero?

Nel nuovo libro di Yuval Noah Harari, un’analisi dei grandi temi del nostro presente

Stiamo vivendo senza ombra di dubbio l’epoca migliore della storia: si muore di meno, c’è meno violenza, meno malattie, meno carestie, ma abbiamo una percezione maggiore del pericolo, benché, dati alla mano, il terrorismo uccida molto meno dello zucchero.

Il diabete e le conseguenze del diabete uccidono, secondo la WHO, tre milioni e mezzo di esseri umani ogni anno, l’inquinamento atmosferico circa sette milioni, gli incidenti stradali quasi un milione e mezzo.

Dal 2001, le vittime di attacco terroristico sono state venticinque mila, soprattutto in Medio Oriente (Iraq, Afghanistan, Pakistan) e in Africa (Nigeria, Somalia), tuttavia la percezione di un attentato terroristico è in grado di influenzare non solo l’opinione pubblica, ma anche le decisioni politiche.

Il terrorista, come ci scrive Harari nel suo ultimo libro “21 lezioni per il XXI secolo”, utilizza una strategia militare incentrata più che sull’utilizzo della forza, sulla diffusione della paura. Non a caso il terrorista viene paragonato a “una mosca che cerca di distruggere un negozio di porcellana”; per ovvie ragioni una mosca non può distruggere un negozio, a meno che non entri nell’orecchio di un toro che, imbizzarrito, distruggerà il negozio.

Il paragone che usa Harari ci porta a un ovvio parallelismo con gli avvenimenti post 11 settembre 2001, dove il toro americano, infastidito dalla mosca talebana, ha distrutto il negozio di porcellana del medio oriente.

La sensibilità dello Stato occidentale verso l’argomento terrorismo, di fatto, non è correlato tanto alla pericolosità reale del fenomeno, quanto alla paura che lo Stato stesso ha nel perdere la sua legittimità nell’utilizzo della forza.

Lo Stato, nella sua accezione post-westphaliana, è l’unico organo che può detenere la possibilità di utilizzo della forza legittima all’interno del suo territorio; il mantenimento di tale legittimità è subordinato alla prevenzione di quei comportamenti violenti e non controllabili che possono mettere in pericolo, non tanto i cittadini appartenenti a quello Stato, quanto l’autorità dello Stato stesso, defraudandola del suo monopolio.

Come ci scrive Harari, è compito di ogni cittadino liberare la sua immaginazione dai terroristi e ricordare le reali dimensioni di questa intimidazione, e, nonostante la propaganda, non mettere “mandarini e cocomeri sullo stesso piano”.

 

AUTORE DELL’ARTICOLO: Dott. Marco Matteoli, medico chirurgo, specialista in diagnostica per immagini e medico volontario della Croce Rossa Italiana. Attualmente studente di cooperazione internazionale e sviluppo presso l’università di Roma “Sapienza”.

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