Immagini shock e opinione pubblica

Sensibilizzazione o progressivo annichilimento?

 

Dopo Aylan, il bambino morto sulla spiaggia di Bodrum nel 2015 e Omran, mostrato sporco e attonito su un’ambulanza nel 2016, ora è la volta di Amal, la bambina Yemenita morta di fame, diventata il simbolo di un conflitto che va avanti da tre anni.

Il caso della piccola Amal, fotografata dal New York Times e poi morta di fame è diventato il simbolo di oltre 800mila minori che rischiano la vita per la mancanza di cibo.

Amal Hussain è una bambina yemenita di 7 anni, nella foto pubblicata dal New York Times viene ritratta pelle e ossa con la testa girata da un lato, destinata a testimoniare una delle tante, troppe tragedie di questo periodo storico. Così come per Aylan e Omran, diventati loro malgrado icone della guerra in Sirya, anche Amal è divenuta partecipe della informazione main stream. Come nei precedenti casi, la complessità storica e politica di un conflitto è rimpiazzata dalla storia commovente di un bambino.

Nel corso degli anni stiamo assistendo a un progressivo aumento della crudezza delle immagini e dei termini utilizzati per descrivere tragedie, di fatto, da sempre esistite. Non un aumento della crudeltà di guerre e carestie, piuttosto una progressiva desensibilizzazione dell’opinione pubblica verso certe tematiche, e di contro, la necessità da parte dei mezzi di informazione, di rincarare progressivamente la dose di orrore e di particolari.

Come scrive lo storico Y.N. Harari: “per agire moralmente bisogna sviluppare una precisa percezione della sofferenza; le persone uccidono, stuprano e rubano proprio perché hanno una percezione solo superficiale del dolore che causano”. Cosa succede se la percezione del dolore altrui diviene distorta? Cosa succede quando una quantità eccessiva e sempre più spettacolarizzata di informazioni rimpiazza la possibilità di riflessione circa queste tematiche? Cosa succede quando queste informazioni diventano sempre più una guerra al rialzo in termini di crudezza?

I responsabili del New York Times non decidono con leggera di pubblicare foto di persone morte o morenti, e la decisione di questa pubblicazione vuole essere un monito per una crisi provocata, non da disastri naturali, ma da negligenze politiche. Immagini brutali, ma definite dalla redazione del NYT “brutalmente oneste”.

Amal è una degli 8 milioni di yemeniti oggi sull’orlo della fame, e presto arriveranno a 14 milioni. Molto probabilmente, una parte dei lettori che ha visto o che vedrà la sua foto si informerà sulla situazione in Yemen, e molto probabilmente ci saranno organizzazioni internazionali che, cavalcando l’onda del consenso, saranno stimolate a fare di più per questa popolazione. Tutto giusto e sacrosanto, ma quando ci saremo assuefatti all’immagine del corpicino di Amal, come dovrà essere il corpicino della prossima Amal? E come dovrà essere quello dopo ancora?

Come scrive Günther Anders, gli esseri umani si assuefanno facilmente all’orrore, e quando si supera la sottile linea rossa, che divide la compassione dall’indifferenza, compare il cinismo o addirittura la negazione che certi fatti siano davvero avvenuti. Allo stesso modo in cui l’assunzione continua e costante di piccole quantità di veleno, attraverso il processo di mitridatizzazione, rende immuni alle dosi massicce di veleno, allo stesso modo, le immagini a brutalità crescente ci stanno rendendo immuni all’orrore stesso. Saremo forse, in un prossimo futuro, sempre più incapaci di impressionarci e partecipare emotivamente al dolore altrui? E a quel punto, riusciremo a mantenere la nostra moralità senza abbandonarci alla “banalità del male”?

Non dimentichiamo mai che i peggiori crimini nella storia moderna sono derivati non solo dall’odio, ma in maggior misura dall’ignoranza e dall’indifferenza.

 

AUTORE DELL’ARTICOLO: Dott. Marco Matteoli, medico chirurgo, specialista in diagnostica per immagini e medico volontario della Croce Rossa Italiana. Attualmente studente di cooperazione internazionale e sviluppo presso l’università di Roma “Sapienza”.

Contact: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; http://lamedicinadellapoverta.com; http://facebook.com/lamedicinadellapoverta

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn