Abbiamo bisogno di manifestazioni contro i cambiamenti climatici?

Il 15 Marzo gli studenti di oltre 200 paesi sono scesi in piazza per manifestare contro il cambiamento climatico, ma le reazioni delle istituzioni non sono state unanimi

Il giorno 15 Marzo sono scesi in piazza gli studenti di oltre 200 Paesi differenti per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei cambiamenti climatici.
Con la manifestazione “Fridays for future” si è chiesto ai governi di tutto il mondo di implementare politiche ambientali di contrasto al cambiamento climatico. Queste proteste sono nate grazie all’attivista svedese Greta Thunberg Ernman, in prima linea a favore della sostenibilità ambientale da quando aveva l’età di 14 anni. In Italia, le reazioni sono state le più disparate: il sindaco di Milano ha appoggiato la manifestazione sfilando a sua volta, mentre l’attuale ministro dell’istruzione Marco Bussetti non ha approvato l’eventuale sospensione della didattica per quel giorno.
Le critiche più aspre mosse a queste manifestazioni denunciano l’artificialità e la presunta “non consapevolezza” dei ragazzi coinvolti in tale sciopero. Diversi blog e siti di controinformazione non hanno tardato a diffondere “meme” ironici, mirati a delegittimare non solo il senso della manifestazione, ma anche e soprattutto l’attivista svedese Greta Thunberg, grazie alla quale queste manifestazioni hanno preso corpo. Chi è Greta? Un fenomeno da baraccone? Un’abilissima stratega del marketing? Una strategia pubblicitaria per lanciare il libro della madre? Una ragazza affetta da Sindrome di Asperger che ha avuto fortuna? E’ veramente importante dare una risposta a queste domande, o si sta, come spesso avviene, confondendo il messaggio con il messaggero?
Tutto è nato la scorsa estate: da agosto 2018, ogni venerdì mattina, Greta si reca di fronte al parlamento svedese e rimane lì con un cartello in mano. All’inizio era da sola, supportata dai suoi genitori, poi la protesta è diventata virale, fino al mese di dicembre, quando ha parlato alla ventiquattresima conferenza sul clima che si è tenuta in Polonia.

Il 2019 non è il primo anno in cui la questione climatica viene discussa in ambito internazionale, già nel 1972 con la conferenza sull’ambiente umano a Stoccolma si è preso atto degli incalzanti danni ambientali secondari all’industrializzazione e ai cambiamenti climatici che ne conseguono. Successivamente, nel 1992 a Rio de Janeiro, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e sviluppo ha delineato delle strategie di azione per far coincidere sviluppo economico con la protezione dell’ambiente.
Le misure d’attuazione erano contenute nel Protocollo di Kyoto ed impegnava i paesi industrializzati a ridurre del 5% le principali emissioni di gas capaci di alterare l’effetto serra del pianeta. Tale protocollo non è stato mai firmato da Paesi, come gli USA, che maggiormente si rivelano produttori di gas serra, e che hanno, di fatto, il peso maggiore sullo scacchiere internazionale per quanto riguarda la tutela dell’ambiente.
Come scrive anche lo storico Y.N. Harari, il pericolo arma nucleare sembra più vicino e grave rispetto al rischio di cambiamento climatico. In realtà quest’ultimo, anche se meno evidente è inevitabilmente più letale poiché in grado di coinvolgere fette di territorio ben più ampie di qualunque bomba atomica.
Alla domanda “sono utili questi cortei per salvarci dal cambiamento climatico?” come risposta possiamo soltanto dire che i cortei di per sé non possono esserlo, ma ciò che rende queste manifestazioni necessarie è la possibilità di sensibilizzare le istituzioni al fine di far intraprendere politiche ambientali sostenibili e ridurre il rischio di danni irreversibili in un pianeta che, purtroppo, non dispone affatto di risorse illimitate.


AUTORE DELL’ARTICOLO: Dott. Marco Matteoli, medico chirurgo, specialista in diagnostica per immagini e medico volontario della Croce Rossa Italiana. Attualmente studente di cooperazione internazionale e sviluppo presso l’università di Roma “Sapienza”.
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