L’ora di religione non deve essere un ghetto

 

“Insegnare religione nelle scuole significa trasmettere cultura a 360 gradi”

Intervista a Lucia D’Adamo, insegnante d’avanguardia nella scuola primaria italiana

Rilanciare un metodo multidisciplinare che valorizzi l’insegnamento della religione nel sistema scolastico italiano e le riconosca il fondamentale ruolo di collante culturale. È la missione di Lucia D’Adamo, insegnante della scuola primaria di Roma, impegnata a far percepire l’insegnamento della religione “nella sua dimensione globale in grado di raccontare e trasmettere cultura a 360 gradi”.

Una visione innovativa che fa a pugni con il mainstream oggi dominante, che relega l’ora di religione a materia opzionale nel sistema scolastico, da sostituire, spesso e volentieri, con corsi alternativi ritenuti più “utili” dai genitori ma che, agli occhi dell’insegnante, non coglie l’importanza reale della materia. “La religione c’entra con tutto”, è il pensiero della docente, “non si tratta di fare catechismo nelle scuole, ma di far comprendere, ai genitori e spesso anche ai colleghi, la grande ricchezza che questo insegnamento può dare ai ragazzi anche in combinazione con altre materie”.

Per questo la maestra D’Adamo si prodiga da anni alla realizzazione di molteplici progetti che, come lei stessa afferma “aiutino i bambini a ragionare e avere uno sguardo aperto sul mondo per affrontare meglio le sfide del futuro”. Un approccio nuovo che merita di essere raccontato e approfondito attraverso le parole stesse dell’insegnante.

Maestra, ci racconti il suo metodo d’insegnamento.

Noi di nuova generazione abbiamo, effettivamente, un metodo, che deriva anche dalla formazione che oggi è richiesta agli insegnanti di religione. Lo stesso Vicariato di Roma investe molto sulla preparazione dei docenti e sul loro aggiornamento professionale. Questo presuppone un duro lavoro che a scuola dà frutto nella misura in cui riusciamo ad entrare in relazione con le altre materie. Per me un momento fondamentale è la programmazione. È attraverso quelle due ore di tempo insieme agli altri insegnanti che possiamo programmare le lezioni e proporre idee per includere anche la mia materia. Nel mio approccio la programmazione è fondamentale proprio nella logica di aprirsi alle altre materie. In quelle due ore si decide cosa fare e io mi inserisco, collaboro. Tante volte mi propongo. Ad esempio nella materia di storia. Se l’insegnante sta trattando i miti, e lo fa dal punto di vista dello stile letterario, allora io li affronto attraverso i miti della creazione, i miti della Bibbia. Facciamo insieme un libricino, oppure mettiamo in scena alcuni miti e li drammatizziamo dal punto di vista teatrale. Oppure nella lezione di musica. lì mi inserisco, ad esempio, con il canto gregoriano. È un lavoro immane.

In effetti sembra più un lavoro per ragazzi più grandi, non da scuole elementari.

Sì ma le elementari di oggi corrispondono più o meno alle medie di una volta. I ragazzi vanno stimolati già a questa età. Ad esempio prendiamo le scienze. Se l’insegnante parla di botanica, io mi inserisco con il tema dei giardini e parto dall’Eden . Cioè posso entrare su tutto. È questo il concetto. L’insegnante di italiano ha fatto un lavoro su Pinocchio? Io mi sono occupata della parte di interiorizzazione dei personaggi. Il Grillo parlante rappresenta la coscienza, poi la tentazione, il peccato. Ho collegato Pinocchio con la storia di Giona, ecc.

In fondo, se ho capito bene, il suo metodo consiste nel cercare di far capire ai bambini che la dimensione religiosa è parte integrante della dimensione umana e come tale interroga tutti gli aspetti della vita. Per questo si manifesta nell’arte, nella cultura, nelle tradizioni lungo il corso della storia. È così? Può approfondire il concetto?

Esattamente. Anche perché altrimenti queste sono cose che non gli dice nessuno. Serve per farli riflettere. Se il sapere non è collegato, quando arriveranno alla terza media e dovranno fare la famosa tesina, non saranno in grado di farla bene. È la cosiddetta settorialità del sapere, bisogna collegare le materie. Religione compresa. Cioè, in fondo, il mio metodo consiste nel far vedere che la religione non è una cosa che può essere relegata da una parte, ma c’entra sempre. L’ora di religione non deve essere un ghetto. Bisogna sempre avere in mente che l’insegnamento della religione a scuola non è dottrina, non è catechismo. È fondamentalmente cultura. I ragazzi, infatti, quando escono da scuola, dalle mie lezioni, capiscono che fare religione non equivale a credere, ma certamente hanno un panorama allargato di saperi e di vedute. Io nelle mie classi ho anche bambini non battezzati, altri evangelici, protestanti, valdesi, ortodossi. Molti genitori, molto francamente, mi dicono di non credere ma che vorrebbero lasciare il proprio figlio libero di farsi la propria idea. Io apprezzo molto questo atteggiamento ed è proprio lì che vedo i frutti.

Entriamo più nello specifico della sua modalità didattica. Ci racconti dei progetti che ha portato avanti ed in che modo.

Sì, il mio metodo d’insegnamento si basa molto su progetti da realizzare, ma non solo, anche su concorsi, riservati alle scuole, che per me diventano una sfida. Nell’anno dell’Expo a Milano, ad esempio, un’associazione laica aveva lanciato un concorso di cultura biblica sul tema del cibo nella bibbia, che prevedeva dei premi. Ho preparato con gli alunni un lavoro sull’arte, utilizzando il brano dei tre ospiti che vanno da Abramo alle querce di mamre e ho scelto dei dipinti di Chagall mettendo le facce dei miei alunni nei quadri. Si trattava in quel caso di due quarte classi. Li ho fatti vestire allestendo la scena del dipinto in giardino in modo da riprodurre visivamente il quadro. Poi lo abbiamo modificato ed integrato con software grafici unendo anche dipinti di Magritte. In questo modo abbiamo vinto il terzo premio. 500 euro di prodotti biologici di una cooperativa agricola. Hanno pagato il biglietto a tutta la classe con i genitori, abbiamo visitato i padiglioni dell’Expo, quindi è stato un momento culturale per tutti. Le mamme, poi, hanno venduto i prodotti a scuola e con il ricavato sono stati comprati materiali didattici, anche una stampante che serviva alla scuola.

Quest’anno, ad esempio, si trattava il tema del diritto del fanciullo ed ho partecipato con due quinte classi. Abbiamo realizzato un teatrino fatto con dei tubi, come fosse la prima forma arcaica di teatro dei cantastorie sulla storia di Malala Yousafzai, la giovane ragazza pakistana che ha lottato per il diritto all’istruzione. In questo caso abbiamo avuto una menzione speciale con premiazione a piazza Venezia. Ne ho fatto anche uno sulla Shoah con l’insegnante di italiano. Devo dire che è stato il lavoro più bello che abbiamo fatto. Si è trattato di un musical, ripreso in video, con bambini vestiti da Charlie Chaplin, inventando la storia di una bambina chiama Sara che perde i genitori mentre lei sola si salva dalla follia nazista. Il tutto sulle note di De Andrè.

Uso molto l’arte sacra come gancio per poi andare sul simbolo e il significato religioso. Ad esempio una volta ho fatto un progetto sulle vetrate. Siamo andati in gita a villa Torlonia per vedere stili diversi e in una chiesa. Abbiamo disegnato poi le vetrate che abbiamo visto. Il senso, fondamentalmente, era far comprendere al bambino che la vetrata si illumina solo se c’è il sole. Noi siamo delle vetrate e riflettiamo solo se c’è il nostro sole che è Cristo. I bambini stessi hanno dato il nome a questo progetto e l’hanno chiamato “La luce fu”. Quest’anno ad esempio farò la simbologia dei pavimenti, i Cosmati. L’anno scorso le catacombe di Santa Priscilla con un’agenzia che faceva la visita teatralizzata. Cioè mentre i bambini circolavano nei tunnel sotterranei, all’improvviso apparivano i personaggi. Ad esempio è uscita dalla tomba Priscilla in costume che interagiva con i bambini spiegando loro la storia delle persone interrate lì. Poi da questo abbiamo fatto tutto un lavoro di approfondimento sulla prima arte cristiana con la simbologia del pesce, la colomba, l’alfa e l’omega ecc.

Come le viene l’idea? Cosa la stimola e come riesce a portarla a termine?

Di solito mi viene durante l’estate, così invece di riposarmi vado alla ricerca di concorsi o progetti stimolanti. Di solito mi impegnano il primo trimestre di scuola anche se dipende da quanto interagiscono i bambini. Ho avuto classi con degli alunni che erano illustratori nati, altri dei letterati. Quando è così basta guidarli. Certamente per questi progetti interrompo la didattica ordinaria, altrimenti non sarebbe possibile. Occorre inoltre trovare anche una modalità di proporre temi, tipo quello sulla Shoah, in modo soft che siano adattati ai bambini. In quel caso particolare ho cercato di trattare l’argomenti dal punto di vista umano, educativo e culturale.

Diciamo che gli stimoli sono tanti. Ad esempio un nuovo progetto che ho in mente, e per il quale mi sto formando a Firenze, è insegnare loro filosofia, Philosophy for Children (P4C). Ancora non pratico questa disciplina ma mi piacerebbe partire dal fatto che i ragazzi oggi non hanno spirito critico e quindi occorre stimolarlo e aiutarli ad acquistarlo in maniera graduale e pedagogica. C’è un libro molto bello che si chiama La pedagogia della lumaca, che spiega molto bene come occorra andare più lenti per metabolizzare perché i bambini hanno un cervello multitasking ma che spesso non riesce ad assorbire tutte le informazioni. C’è tutta una tecnica da seguire. Ad esempio si mettono i bambini in cerchio e si propone un testo-stimolo che si legge tutti insieme e ognuno deve proporre delle domande sul testo. Si cercano le analogie, le somiglianze tra le domande, si selezionano e si cerca di discutere. Questo si fa addirittura dalla scuola d’infanzia, solo che si fa con i disegni perché a quell’età non sono ancora in grado di scrivere. L’insegnante in questo modello è solo un facilitatore che guida il processo e stimola le risposte. Con questo metodo, gli alunni capiscono che non c’è un punto di vista superiore agli altri ma tuti devono rispettare il punto di vista degli altri attraverso un dialogo socratico che permette di tirare fuori dal bambino ciò che pensa. In fondo si tratta della maieutica, di educare al pensiero.

Certamente la sua è una vera e propria missione educativa che le assorbirà tutte le energie.

Le dirò di più. Tutto questo, lo faccio in maniera extracurriculare, cioè al di fuori dell’orario di lavoro. Sempre a scuola, ma solo con i bambini che si iscrivono e vogliono rimanere anche dopo l’orario scolastico. Ultimamente sto realizzando il progetto di lettura creativa. Faccio gli albi illustrati. Cioè poco testo ma tutto correlato all’immagine sulla quale l’alunno deve ragionare per scrivere successivamente lui un testo, creare storie. Sempre sotto stimolo dell’insegnante, imparare a ragionare. A volte lo faccio con i dipinti, come la notte stellata di Van Gogh dove si vedono i vortici, le stelle e in fondo si vede un villaggio che funge da ispirazione e punto di partenza per una storia. Questo tipo di servizio lo fanno ad esempio anche nelle librerie ma è sempre comunque finalizzato all’acquisto dei libri, invece io investo proprio sulla conoscenza del bambino.

Ha un riscontro a posteriori sugli alunni che ha formato? riesce a capire se davvero ha seminato bene?

In realtà il riscontro ce l’ho subito perché vedo di anno in anno la crescita e la maturazione dei bambini. Vedo che fanno i collegamenti e i confronti con le lezioni precedenti o con cose che abbiano analizzato e di cui abbiamo parlato. Ho anche un collega alle scuole medie che, in effetti, mi dice che chi esce col mio metodo in fondo è più preparato.

La domanda nasce spontanea: chi glielo fa fare a dedicare così tanto tempo ad attività che sono addirittura fuori dall’orario scolastico?

Semplice, la mia è pura passione. Insegnare con i progetti deriva dalla mia indole creativa. In fondo credo sia un dono.

 

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