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Religioni

Papa Francesco ai giornalisti: “Le vostre parole raccontano il mondo e lo modellano”

Daniele Sebastianelli

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E’ un invito alla responsabilità quello rivolto da Papa Francesco ai giornalisti raccolti in udienza in Vaticano in occasione dei  sessant’anni della UCSI, l’Unione Cattolica Stampa Italiana.

La parresia e l’esempio di Manuel Lozano Garrido

Nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Papa questa mattina ha richiamato alla mente il primo giornalista laico beatificato, Manuel Lozano Garrido, meglio conosciuto come Lolo. Francesco lo ha additato come esempio da seguire citando il “decalogo del giornalista” dove Lolo raccomandava di “pagare con la moneta della franchezza”, di “lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità” e di non servire “né pasticceria né piatti piccanti, piuttosto il buon boccone della vita pulita e speranzosa”. Allo stesso modo, secondo Francesco, i giornalisti devono mostrare la necessaria coerenza tra la propria professione e la fede cristiana, per “essere voce della coscienza di un giornalismo capace di distinguere il bene dal male, le scelte umane da quelle disumane”. Il giornalista, ha detto il Papa, “è chiamato a ricostruire la memoria dei fatti, a lavorare per la coesione sociale, a dire la verità ad ogni costo”, specificando che “c’è anche una parresia– cioè un coraggio –del giornalista, sempre rispettosa, mai arrogante”.

Dare voce a chi non ce l’ha, per società più giuste

“I vostri racconti possono generare spazi di libertà o di schiavitù, di responsabilità o di dipendenza dal potere” ha fatto notare il Papa senza sottovalutare le difficoltà del tempo presente, l’era del web, e proprio per questo ha spronato i presenti alla necessità di “identificare le fonti credibili, contestualizzarle, interpretarle e gerarchizzarle”. A maggior ragione, ha continuato, emerge forte l’esigenza di “rovesciare l’ordine delle notizie, per dar voce a chi non ce l’ha; di raccontare le ‘buone notizie’ che generano amicizia sociale: non di raccontare favole, ma buone notizie reali; di costruire comunità di pensiero e di vita capaci di leggere i segni dei tempi”.

Solo così, ha fatto notare Francesco, ”solo con l’uso di parole di pace, di giustizia e di solidarietà, rese credibili da una testimonianza coerente, si possono costruire società più giuste e solidali”.

Religioni

Insegnanti di religione discriminati

Non tutti i precari sono uguali. La conferma arriva dall’approvazione dell’emendamento Toccafondi. Un provvedimento iniquo, discriminante e banale

Collaboratori occasionali

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di Orazio Ruscica, Segretario Nazionale SNADIR

Il 19 dicembre è stato approvato al Senato il DL 126/2019 (Decreto scuola sul reclutamento del personale scolastico), compreso l’emendamento Toccafondi, Art. 1-bis (Disposizioni urgenti in materia di reclutamento del personale docente di religione cattolica).

L’accoglimento da parte del Senato dell’art.1-bis conferma l’impegno delle istituzioni a bandire entro il 2020 un concorso ordinario per gli insegnanti precari di religione, previa specifica intesa con il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

L’emendamento in sintesi

L’emendamento Toccafondi (art.1-bis) al decreto Scuola è da considerarsi in conflitto con le finalità originarie del decreto. Tale disposizione, infatti, non contiene alcuna soluzione all’annosa questione  del  precariato, condizione profondamente iniqua nella  quale  sono  mantenuti da 15 anni  gli  insegnanti  di  religione (il primo ed unico concorso si è svolto nel 2004), in quanto riservare il 50% dei posti a coloro che hanno svolto 36 mesi di servizio  non risolve di certo il problema del precariato, ma solo lo aggira, ignorando consapevolmente che gli insegnanti di religione hanno alle spalle venti e più anni di servizio precario.

La norma in parola si evidenzia, pertanto, iniqua e discriminatoria oltre che inconducente ai fini della stabilizzazione e superflua, stante che sostanzialmente riproduce una normativa già contenuta nella legge n. 186/2003 che già prevede che i concorsi vengano banditi ogni tre anni.

Un provvedimento iniquo e discriminatorio

Un provvedimento che non ci stancheremo mai di definire iniquo, discriminatorio e banale. La responsabilità per sedici anni di ritardo dello Stato nel bandire un nuovo concorso per gli insegnanti di religione viene scaricata sulle loro stesse spalle. Ai precari che chiedono certezze sarà offerto un meccanismo concorsuale che, dopo sedici e più anni, invece di confermarli nel posto di lavoro potrà rimandarli a casa.

I docenti precari che insegnano religione sono insegnanti uguali ai docenti di altre discipline: non hanno bisogno di una quota riservata in un concorso ordinario, ma esigono un trattamento che si allinei ai meccanismi di assunzione in ruolo già adottati per tutto il personale precario abilitato della scuola, senza distinzioni e discriminazioni. Anche i precari insegnanti di religione hanno diritto di vedersi riconosciuta, come è avvenuto per le altre discipline, a una procedura di assunzione e stabilizzazione che tutte le sigle sindacali hanno indicato nel concorso straordinario con sola prova orale non selettiva e successiva graduatoria ad esaurimento.

In questa prospettiva, anche la scelta, certamente positiva in via di principio, di prorogare la graduatoria del 2004, si rivela, tuttavia, inadeguata perché tale graduatoria sarà attiva soltanto fino alla predisposizione delle nuove graduatorie del concorso ordinario e, pertanto, consentirà l’immissione in ruolo a poche decine di docenti.

Inoltre, un testo di legge che ribadisce una norma già contenuta in una disposizione di legge precedente, cioè che si debba svolgere un concorso ordinario (così come previsto dalla legge 186/2003), è banale. Affermare poi che il concorso debba svolgersi d’intesa con la Cei vuol dire andare oltre le determinazioni della revisione concordataria (legge 121/1985). Infatti in questo testo di livello internazionale non è previsto che la procedura di assunzione sia sottoposta ad un’intesa successiva: un testo quindi che fa indietreggiare lo Stato dalle sue esclusive prerogative.

Le battaglie dello Snadir

Fino alla fine lo Snadir ha lottato per la totale equiparazione dei meccanismi di assunzione in ruolo, senza distinzioni e discriminazioni, fornendo ai Parlamentari il quadro preciso degli insegnanti di religione precari e le possibili soluzioni per un giusto riconoscimento dei loro diritti.

In questi mesi abbiamo messo in atto numerose iniziative per sollecitare una risposta adeguata dalle Istituzioni e avviato un confronto su più livelli: dalle Camere al Governo, passando per tutte le parti in causa. Abbiamo incontrato i parlamentari, inviato lettere e comunicazioni a deputati e senatori, scritto al Presidente della Repubblica, cercato un confronto con la Cei, coinvolto in pochissimi giorni centinaia di insegnanti per manifestare insieme davanti al Senato.

Volevamo essere coautori di un cambiamento. Volevamo che il mondo della scuola cambiasse per favorire il successo scolastico dei nostri studenti e per valorizzare il lavoro dei docenti. Volevamo che la Politica recuperasse il suo impegno primario nell’assicurare a ogni uomo la possibilità di una serenità lavorativa. Volevamo più di tutto restituire dignità e merito a una categoria di docenti qualificati e di grande esperienza che da anni aspetta una doverosa risposta dalle istituzioni.

Abbiamo unito le forze anche re-immaginando il lavoro sindacale, ampliando la rappresentanza, ripensandone le forme, le pratiche e le modalità, lavorando insieme per contribuire a realizzare un mondo lavorativo migliore.

Purtroppo la Politica non ha voluto ascoltare le legittime richieste dei docenti precari di religione. Per anni si è cercato di aggirare il problema del precariato di religione con interventi superficiali e non risolutivi, fino a quest’ultimo vergognoso e inaccettabile art.1-bis approvato definitivamente oggi. Tale ingiustizia ha trovato la sua giustificazione tra i paladini della “cultura dello scarto”.

Di fronte a tale ingiustizia, lo Snadir proporrà iniziative per la tutela dei precari, sia presso i tribunali interni che presso le corti europee per la tutela del principio di uguaglianza e non discriminazione tutelati dalla nostra carta costituzionale, dalla carta di Nizza e dalla clausola 4 della direttiva 1999/70.

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Religioni

Anche a Roma prendono piede le festività induiste

Dal 29 settembre al 07 Ottobre il calendario induista celebra, soprattutto nei territori settentrionali dell’India, il Navaratri, una festività dedicata all’adorazione della Madre divina, l’espressione femminile di Dio.

Marco Matteoli

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Anche a Roma, cuore della cristianità e al contempo città cosmopolita che ospita ed integra numerose comunità provenienti da ogni parte del mondo, si festeggerà il Navaratri, una festività induista dedicata all’adorazione della Madre divina, l’espressione femminile di Dio.  I festeggiamenti avverranno il  29 settembre presso la scuola stabile di Spanda Yoga, a cura di “la casa di Iside e Kali” un luogo di culto privato aperto al pubblico.  I partecipanti si incontreranno per una breve pratica e una puja (adorazione); ciascuno potrà offrire un proprio dono alla Dea e scegliere un sankalpa (un desiderio o un auspicio) da perseguire con l’aiuto della Grande Dea.

Navaratri, letteralmente significa le “nove notti”, infatti i festeggiamenti iniziano con l’arrivo  della luna nuova del mese lunare di Ashvina (settembre-ottobre) e si protraggono per nove giorni, durante i quali si svolgono rituali con danze e canti dedicati alle nove forme di Durga, un mito presente nei purana che rappresenta una forma di Devi, ovvero della Madre Divina.

Durga è tradizionalmente raffigurata come una donna a cavallo di un leone o di una tigre, con numerose braccia mani che impugnano diversi strumenti e assumono diverse gestualità (mudrā). Gli strumenti impugnati dalla Dea sono sia di distruzione che di creazione, a sottolineare il suo carattere ambivalente che ha in sé entrambi i poteri; esistono infatti dieci forme differenti di questa Dea raffiguranti dieci sue imprese, tra le quali spicca la lunga guerra contro gli Asura (Demoni).

La celebrazione della Dea Durga simboleggia appunto la distruzione del vecchio e la creazione del nuovo, un nuovo inizio  in cui ci si purifica delle proprie colpe e si ricomincia con energie spirituali nuove.

Nella religione induista, la simbologia della distruzione e della creazione è presente, in differente forma, anche nella danza di Shiva, il Nataraja, dove la divinità con la mano destra tiene in mano il damaru, un tamburo a forma di clessidra che allude alla creazione, con la mano sinistra una fiamma simbolo di distruzione e con il piede destro schiaccia un demone chiamato Apasmara, simbolo della materia.

La celebrazione del Navaratri in Italia ha avuto fino ad ora uno scarso seguito, mentre viene celebrato con grande devozione in tutta l’India e nel resto del mondo. Nella capitale d’Italia, il Tempietto di Iside e Kali ha l’obiettivo di creare un ponte ideale tra Roma e l’antica Tradizione Hindu. Questo tempietto è stato dedicato alle tre Dee definite dalla Tradizione come “Mirionime” (dai molti nomi): Iside, Venere e Kālī. Le attività del tempio comprendono sedute di Yoga contemplativo, lezioni di danza sacra dell’India in stile bharatanatyam (per bambini e ragazze/i dai 6 ai 22 anni di età) ed eventi rituali connessi ai riti stagionali occidentali e alle festività indù.

Per ulteriori informazioni

http://tempiodelladea.blogspot.com/

https://www.induismo.it/events/navaratri/https://www.facebook.com/events/2407571426231724/

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Religioni

Papa Francesco ai comunicatori: ”Non abbiate paura, la vostra comunicazione sia bella ma austera”

Udienza di Papa Francesco ai dipendenti del Dicastero per la Comunicazione nella Sala Regia del palazzo Apostolico Vaticano.

Daniele Sebastianelli

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“Passare da una comunicazione fatta da aggettivi a quella dei sostantivi” e ancora “comunicare con la realtà, senza edulcorare con gli aggettivi o con gli avverbi”. E’ il concetto rimarcato da Papa Francesco ai dipendenti del Dicastero per la Comunicazione in udienza nella Sala Regia del palazzo Apostolico Vaticano, lunedì 23 settembre.

Un richiamo verso una comunicazione “austera ma bella” soprattutto oggi che ci troviamo “caduti nella cultura degli aggettivi e degli avverbi”  e abbiamo dimenticato “la forza dei sostantivi”. E’ la persona tutta intera che comunica, sottolinea papa Francesco perché “si comunica con l’anima e con il corpo; si comunica con la mente, con il cuore, con le mani; si comunica con tutto. Il vero comunicatore dà tutto, dà tutto sé stesso”.  L’invito di Francesco, è diretto alla testimonianza di vita cristiana basata sull’essere prima che sul fare, sul mostrarsi ancor prima che sulle parole dette, citando una frase dello stesso San Francesco d’Assisi. “annunciate il vangelo in ogni dove. Se serve anche con le parole”.

“La nostra comunicazione dev’essere testimonianza –ha ribadito Francesco– “se voi volete comunicare soltanto una verità senza la bontà e la bellezza, fermatevi, non fatelo. Se voi volete comunicare una verità più o meno, ma senza coinvolgervi, senza testimoniare con la propria vita, con la propria carne quella verità, fermatevi, non fatelo. C’è sempre la firma della testimonianza in ognuna delle cose che noi facciamo. Testimoni. Cristiani vuol dire testimoni, ‘martiri’. È questa la dimensione ‘martiriale’ della nostra vocazione: essere testimoni”.

Il Papa nel suo discorso ha anche messo in guardia da un atteggiamento ricorrente tra i cristiani di oggi: lo scoraggiamento. Ha ammonito dal guardarsi dalla “tentazione della rassegnazione”, riferendosi alla crisi della fede e alle chiese sempre più vuote. Non bisogna avere paura del futuro perché “non è spirito cristiano la lamentela della rassegnazione”. “Non bisogna avere vergogna di essere pochi” , ha spiegato il Papa, sottolineando che l’essere pochi è, invece, proprio “ la vocazione cristiana”.  “Siamo pochi? Sì, ma con la voglia di “missionare”, di far vedere agli altri chi siamo”.  Pochi “come il lievito, pochi come il sale” che però è proprio ciò da sapore al tutto.

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