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Attualità

Farmacie aretine pronte alla campagna di vaccinazione antinfluenzale

Vaccini distribuiti in farmacia a medici e pediatri
insieme ai test sierologici anticovid

Paolo Castiglia

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Vaccini influenzali in farmacia a disposizione dei medici e pediatri per la partenza della campagna vaccinale nella provincia di Arezzo. “Le farmacie private e pubbliche infatti – rende noto Federfarma Arezzo con le parole del suo presidente Roberto Giotti – si sono rese disponibili, attraverso un accordo con la Regione Toscana, ad effettuare la distribuzione dei vaccini messi a disposizione dal Servizio Sanitario Regionale, per conto della ASL, che dovrà renderli disponibili, secondo modalità concordate, per la distribuzione ai medici di medicina generale e pediatri di libera scelta già dal prossimo giovedì 8 ottobre”.

Tutto ciò, spiega ancora Giotti “nella considerazione e convinzione che, con l’influenza stagionale del prossimo autunno, è opportunamente prevista una massiccia vaccinazione antinfluenzale che sarà fondamentale per agevolare i medici nella diagnosi differenziata di Covid-19 e gestire i casi sospetti. Soprattutto considerando l’attuale ripresa dell’epidemia, sarà importante vaccinare, oltre i soggetti a rischio, la maggior parte della popolazione attiva per evitare il congestionamento della sanità territoriale e favorire una concreta indispensabile immunità diffusa di gregge”.

“Per questo Federfarma – spiega ancora Giotti – attraverso la rete capillare delle farmacie associate, continua ad offrire la massima disponibilità a collaborare con le Istituzioni Sanitarie per incrementare significativamente i livelli di copertura vaccinale. In questa prospettiva Federfarma propone, tra l’altro, con determinazione al Ministro della Sanità l’adozione, a livello nazionale e regionale, di un provvedimento legislativo che abiliti espressamente il farmacista a inoculare i vaccini anche in Farmacia adiuvando i medici, come del resto avviene già da anni nelle Farmacie di quattordici Paesi dell’Unione Europea, anche soprattutto nell’ottica di future prossime massicce campagne vaccinali anti-Covid”.

Attualità

Roma in fiamme. Disordini per il “lockdown della vergogna”

Un vero e proprio assalto è quello che è stato visto nella giornata di ieri tra piazza del popolo e prati a Roma. Pochi eversivi che oscurano una manifestazione sacrosanta

Marco Matteoli

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Cassonetti in fiamme, bottiglie e petardi contro la polizia – uno scenario di guerriglia urbana è quello che si  è presentato ieri a piazza del popolo alle 19.20 da parte di una folla di manifestanti provenienti dal quartiere prati, tanto che le forze dell’ordine hanno dovuto utilizzare gli idranti per sedare la rivolta.

Una stretta minoranza di “teste calde” che hanno oscurato una manifestazione pacifica, una delle tante che nelle ultime ore stanno attraversando l’Italia, da Nord a Sud, contro quello che potremmo definire “il lockdown della vergogna”.

Il ministro della Salute, Speranza, si è prodigato nello scrivere un libro intitolato “perché guariremo”, libro che è stato successivamente ritirato dagli scaffali quando si è accorto che per adesso non guariremo per nulla. Energie profuse poi per l’acquisto di banchi a rotelle che poi sono arrivati a scuola già iniziata, per non parlare delle disposizioni emanate durante l’estate ai gestori di palestre, bar, ristoranti e centri benessere al fine di permettere loro di esercitare, che si sono visti da un giorno all’altro limitarsi o addirittura chiudere.

L’infografica dell’Istituto Superiore di Sanità mostra un incremento vertiginoso dei nuovi casi, (https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-dashboard), che nell’ultimo mese sono arrivati a 224482, dato poco significativo, poiché relativo anche al numero dei tamponi effettuati.

I dati significativi sono quelli correlati al numero dei morti di CoViD-19, 1447 negli ultimi 30 giorni, e dei posti occupati nelle terapie intensive, che al momento, in Piemonte, Campania, Valle D’Aosta e Umbria, hanno superato la soglia del 30% dell’occupazione, ovvero la soglia di allarme. (https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/10/15/terapie-intensive-scopri-in-tempo-reale-quanti-posti-sono-occupati).  

Potenziare il trasporto pubblico, incrementare le risorse per le terapie intensive, implementare i sistemi di contact tracing, divulgare le buone pratiche igieniche non tanto fuori da casa, ma dentro casa, sono state le azioni proposte, tuttavia maldestramente attuate da parte del governo, e che non ha raggiunto minimamente il risultato sperato, tanto che è difficile comprendere come abbiamo fatto a tornare a questo punto.

L’analisi eseguita dall’ISS, su 36. 806 pazienti deceduti e positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia, ha mostrato che l’età mediana dei pazienti deceduti positivi a SARS-CoV-2 è più alta di 30 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione (età mediane: pazienti deceduti 82 anni – pazienti con infezione 52 anni), ed il 63,6% dei deceduti presentavano 3 o più patologie. 

Alla luce di questi dati, è intuitivo che la fetta della popolazione da preservare sia ben altra rispetto quella che frequenta le palestre o i cinema o i teatri, luoghi che per primi si sono adattati alle disposizioni sul distanziamento e l’uso delle mascherine. Il luogo dove il rischio di “infezione problematica” è maggiore è esattamente dentro casa e nei luoghi dove sono gli anziani ad assembrarsi, poiché sono gli anziani la fetta di popolazione da tutelare e che occupa le terapie intensive. Restano aperti invece, in maniera paradossale, i circoli sportivi, guarda caso luoghi frequentati di base da una fetta di popolazione ben più avanti con l’età.

“Se rispettiamo le norme abbiamo buone chance di affrontare dicembre con serenità, in caso contrario ci sarà il lockdown in Italia”: queste sono le parole del presidente del consiglio Giuseppe Conte, che nell’ultima conferenza stampa non ha escludo l’ipotesi di un nuovo lockdown prima di Natale, e sui giornali si inizia a parlare apertamente di un “dopo Conte”.

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Attualità

Riflessioni random su una pandemia ammonitrice

Covid-19 impartisce una severa lezione al genere umano minando la sua presunzione di invincibilità

Collaboratori occasionali

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di Giulia Cardillo

Sono molti quelli che hanno letto l’avvento del coronavirus in chiave provvidenziale.

Si parla di una vera e propria lezione impartita dal virus all’uomo, al quale si ricorda che, sebbene disponga di abili mezzi con cui difendersi (la scienza, le armi…) , non è assolutamente invincibile.

Uno scacco agli uomini imbevuti di scienza che credono di poter calcolare, prevedere con studi e statistiche ogni evento. Quello che abbiamo davanti è un fenomeno dalle proporzioni gigantesche, raro e inatteso che il filosofo e matematico N. Taleb definisce come “cigno nero”. I cigni neri sfuggono ad ogni pronostico o previsione e provocano uno sconvolgimento degli equilibri. Tuttavia certe cose “traggono vantaggio dagli scossoni” e da queste l’uomo non può che ereditare qualcosa di positivo. Il suggerimento è quello di adottare un atteggiamento “antifragile”, di convertire il dramma in opportunità, rivedendo le proprie convinzioni, passando in rassegna i propri errori.

Effettivamente il caos che ha investito il mondo in questi giorni sembra aver fatto luce sulle contraddizioni, le perversioni e ingiustizie della società capitalistica, che sembrava procedere senza intoppi, cavalcando l’onda del progresso.

 È infatti la graduale abolizione delle distanze, l’addensamento demografico nelle città e metropoli e un clima esageratamente caldo (tutto frutto della globalizzazione) a offrire al virus le condizioni ottimali per proliferare.

Come afferma Telmo Pievani, professore dell’università di Padova, il virus, non diversamente da noi, risponde ad un “imperativo darwiniano primordiale”, per cui il suo scopo è sopravvivere, moltiplicandosi. Noi rappresentiamo l’ospite perfetto.

 Pertanto concorriamo con esso alla lotta per la sopravvivenza, una guerra che per la prima volta vede l’umanità schierata contro un nemico comune.

Potendo la malattia colpire potenzialmente tutti, essa spinge l’uomo a conciliare l’interesse individuale con il bene comune.  Una condivisione dello stesso rischio che potrebbe unire gli uomini in una “social catena”.

Tuttavia questo progetto ottimistico al momento sembra non trovare applicazione.

Le città deserte hanno fornito uno scenario orwelliano: strade vuote, negozi chiusi, corpi di polizia distribuiti ovunque. Le poche persone che, per necessità, uscivano dalle loro case, si scambiavano sguardi diffidenti, terrorizzati dallo spettro del contagio. A regnare incontrastata è stata, e lo è tuttora, la paura, debitamente alimentata dall’incertezza e la confusione. Un grande problema sorto è infatti l’inattendibilità di molte notizie diffuse ma soprattutto il sovrapporsi di troppe posizioni diverse (i cosiddetti “regimi di verità).

Il sociologo Andrea Fontana segnalava, infatti, la necessità di una campagna di comunicazione coesa, ovvero una narrazione univoca dei fatti che desse ai cittadini un’immagine chiara e coerente della situazione; altrimenti il raggiungimento di un obiettivo comune sarebbe risultato impossibile.

Vi sono tante paure che aleggiano nell’aria; dall’exofobia, la paura di uscire all’esterno, a quelle più concrete quale la perdita di un lavoro, dato il collasso economico in atto, e quella di assistere al crollo del nostro apparato democratico con il conseguente consolidarsi della biopolitica tratteggiata da Foucault.

Questo è un tema piuttosto dibattuto attualmente e meritevole di grande attenzione.

Nello stato d’emergenza, in cui l’Italia si è trovata e si trova al momento, si legge infatti la minaccia allo stato di diritto perché i decreti emanati in successione hanno portato alla graduale limitazione delle libertà dei cittadini. Tuttavia la privazione di molti diritti e della privacy (nel caso in cui un individuo abbia contratto o contragga la malattia) è finalizzata alla massiccia riduzione del contagio.

Il timore è però che questo equilibrio si sbilanci e porti al ricorso alle modalità eccezionali anche quando il pericolo coronavirus andrà scemando, come appare al momento, o sarà scampato.

Le rassicurazioni ci vengono, in tal senso, dall’avvocato Ilaria Valenzi, la quale in un’intervista ha dichiarato che “noi non siamo in uno stato di eccezione ma in uno stato di emergenza: uno stato che viene dichiarato con un decreto legge (che necessita quindi dell’approvazione del Parlamento entro 60 giorni – ndr)che determina una serie di procedure per la tutela generalizzata della popolazione”. – E aggiunge – “Si tratta di un tipo di situazione che permette una compressione delle libertà ma non la loro sospensione”.

Non possiamo, ad ogni modo, sentirci esclusi da questo pericolo dal momento che la nostra quotidianità ha subito un brusco cambiamento e che le norme restrittive dureranno molto più a lungo.

Sebbene, comunque, lo scenario che si è consumato e si sta consumando davanti ai nostri occhi sia indubbiamente tragico, dovremo essere capaci di rintracciare dei lati positivi.

Il distanziamento sociale ci spinge ad una riflessione.

Per settimane abbiamo vissuto con la smania febbrile di immergerci nuovamente in quella che consideriamo la nostra “normalità”, desiderosi di recuperare gli schemi ripetitivi che governavano le nostre vite. Eppure quante volte abbiamo rivendicato il tempo che ingiustamente ci veniva sottratto? Quante volte abbiamo affermato di dissipare le nostre giornate in occupazioni sterili; e quante ancora ci siamo dichiarati schiavi di un meccanismo sociale perverso?

Quel mondo, che non conosce la lentezza del presente ed è governato dai principi di velocità ed efficienza, è stato costretto a fermarsi. Abbiamo vissuto, e in fondo ancora viviamo, in un periodo di “sospensione”, esenti dagli obblighi giornalieri, e abbiamo ancora la possibilità di riappropriarci del tempo che a lungo ci è stato privato. È un’occasione unica, che abbiamo ancora la possibilità di cogliere, per dedicare attenzione alla dimensione spirituale a lungo trascurata, e recuperare il concetto tanto lontano di “otium”, inteso come tempo libero da dedicare alla riflessione e allo studio. L’insofferenza da noi mostrata nei confronti dell’isolamento è indice del fatto che non siamo più in grado di stare soli con noi stessi e che abbiamo bisogno di aggrapparci alle distrazioni giornaliere, per non fare i conti con le nostre debolezze.

Potremmo trarre il vantaggio di ristabilire l’ordine nella scala dei valori attribuiti alle cose e liberarci di tutto ciò che è superfluo e nocivo.

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Attualità

Riaprite il reparto di oncologia pediatrica

Chiuso per un caso di sospetto covid, il reparto di oncologia pediatrica del Policlinico Umberto I rischia di non riaprire più

Mario Russo

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Mi chiamo Christian sono un ragazzo di 17 anni che combatte una dura lotta contro un tumore da sei anni. Ho iniziato il mio percorso a 11 anni in oncologia pediatrica del Policlinico Umberto I, praticamente sono cresciuto col personale medico e infermieristico […] Sono rientrato giovedì 2 Aprile 2020 e ho trovato il reparto di oncologia pediatrica chiuso. Attualmente sono ricoverato in un altro reparto senza i miei medici i miei infermieri. In sei anni non mi sono mai sentito così triste”.

È con queste parole che voglio iniziare per parlare del rischio che corre un reparto di eccellenza del nostro Sistema Sanitario, quello di Oncologia Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma per l’appunto.  Chiuso alla fine di febbraio per un sospetto caso di covid , è tuttora ancora sbarrato e nulla si sa sul suo futuro. Una situazione che sta diventando fin troppo comune nel nostro Paese: chiusure temporanee che, sistematicamente, diventano definitive.

Riaperto, completamente ristrutturato – quando si dice il caso – nel febbraio del 2014, dopo sette anni di sofferenze, grazie alla compartecipazione di pubblico (457mila €) e privato (603mila €) venne da tutti indicato come un esempio da seguire.

Finalmente oggi abbiamo una struttura di cui andare fieri” sottolineava Luigi Frati, l’allora Rettore dell’università “La Sapienza” di Roma. Nel reparto si contano – questi i numeri che venivano sbandierati – circa 550 ricoveri l’anno, per il 30% di bimbi provenienti da fuori regione e per il 10% da Paesi esteri come Magreb, Palestina, Romania, Polonia, Ucrania. Il day hospital, inoltre, registra – si dichiarava ancora – una frequenza di 1.200 accessi l’anno per terapia e follow up.

Da oggi – si affermava – i disegni sui toni del celeste di Sally Galotti, illustratrice della Walt Disney, strapperanno un sorriso ai bimbi e alle famiglie, alleviando la loro sofferenza e alimentando quella speranza che ha avuto la meglio anche sulle lungaggini burocratiche, gli stop, i riavvii e le false partenze della macchina amministrativa per arrivare ad inaugurare questi nuovi spazi.

“È un posto che aveva bisogno di essere all’altezza della malattia di questi bambini che devono vivere in un contesto che sia fatto di questi colori e non di quei calcinacci che c’erano prima”, affermava Walter Veltroni, ex sindaco di Roma, intervenuto alla cerimonia di inaugurazione.

“Un reparto nuovo, colorato … un sottomarino, dove i piccoli ‘guerrieri’ non venivano mai lasciati soli”, lo definiscono i genitori di Gioele un piccolissimo paziente curato nel reparto.

Un punto di riferimento, un luogo dove poter sempre correre in caso di necessità o nei momenti di paura – lo considerano i genitori della piccola Arianna – e sono tanti quei momenti, ve lo assicuriamo”.

Eppure, oggi, a distanza di poco più di 6 anni, il reparto rischia la chiusura.

Nove stanze con bagno privato per un totale di 10 posti letto, un’area gioco, una cucina per le famiglie, un’area accoglienza professionale multidisciplinare per i nuovi casi.

Una stanza dedicata alla scuola, una scuola “vera”, con “veri” insegnanti, con classi distaccate di Istituti esterni che consente ai giovani degenti di continuare i loro percorsi scolastici. Un “tocco di normalità” nella “quotidianità reclusa” dei piccoli pazienti, come la definiscono alcuni genitori. Una scuola tanto voluta, sostenuta e considerata un vanto, insieme alle attività e alla collaborazione   di diverse associazioni di volontariato, dai primari del reparto che si sono susseguiti negli ultimi anni: dal prof. Manuel Castello alla prof.ssa Anna Clerico che ha fortemente voluto la ristrutturazione del reparto, e poi la prof.ssa Amalia Schiavetti che ne ha raccolto la pesante eredità e che tuttora guida il reparto. Un’eredità che prevede e persegue “l’umanizzazione” del ricovero e della cura.

“Il reparto – affermano i genitori di Rocco, che tanto tempo vi ha trascorso – è un posto fatto in modo da somigliare quanto più possibile alla propria casa e da conservare i ritmi della vita di un bambino con la scuola, i giochi, la socializzazione, le merende ed i pranzi delle occasioni speciali organizzati dalle Associazioni di volontariato per i piccoli pazienti e le loro famiglie”. “Quel reparto – affermano ancora questi genitori, con profonda gratitudine – si è rivelato tutto ciò di cui avevamo bisogno, sia sul piano medico che umano. La prima cosa di cui hai bisogno quando ti trovi ad affrontare una diagnosi del genere è un abbraccio e quel reparto è stato per noi, da subito, un abbraccio avvolgente e forte”.

Eppure quell’abbraccio, oggi, rischia di sparire.

“Oggi è una bellissima giornata – affermava il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, durante l’inaugurazione – perché si dota la Capitale di un reparto di assoluta eccellenza, accogliente per i piccoli pazienti. Questa inaugurazione è un atto importante”.

Forse che a distanza di soli 6 anni non lo è più?

“Negli ultimi anni, per ridurre il deficit della sanità nel Lazio, si è pensato solo a fare tagli lineari e chiudere ospedali. Noi abbiamo deciso di invertire la rotta, eliminando gli sprechi ma non i servizi, che invece vanno migliorati e aumentati”. – Si leggeva, e ancora si può leggere, sul sito di Nicola Zingaretti (https://www.nicolazingaretti.it/notizie/al-policlinico-umberto-i-apriamo-il-nuovo-reparto-di-oncologia-pediatrica/) a proposito dell’inaugurazione del reparto – “Il nuovo reparto di oncologia pediatrica che abbiamo aperto al policlinico Umberto I di Roma è un esempio di come stiamo lavorando per essere più vicini alle persone, in questo caso ai piccoli pazienti e alle loro famiglie. Con questa struttura vivace, colorata e moderna vogliamo rendere più sopportabile la sofferenza a tanti bambini e alle loro famiglie”.

Eppure quel reparto, oggi, rischia di non dare più sollievo a nessuno.

Molte sono le rimostranze, le voci che si sollevano a difesa di quest’eccellenza sanitaria, come tante sono le lettere indirizzate a esponenti della sanità e della politica che da tempo sembrano aver smaltito e dimenticato l’entusiasmo dell’inaugurazione. Se la misura sono i numeri e i conti allora non ci sono parole, ma se il metro è l’umanizzazione, l’accoglienza, il RISPETTO PER LA SOFFERENZA, allora siamo di fronte a un’azione scellerata che bisogna impedire a tutti i costi.

“Grazie al lavoro e alla passione di tante persone che ce la mettono tutta per migliorare la vita di questi pazienti si realizzano esempi importanti come questo, che sono sintomo di un sistema che sta cambiando”, si ‘cantava’ a più voci al momento dell’inaugurazione.

Ma si sa il sistema è alquanto volubile e troppo facilmente cambia strada o addirittura fa retromarcia. E cosa dire a quei privati, molti dei quali sono le stesse associazioni di volontariato che operano all’interno del reparto, che tanti soldi hanno investito?

Scusate, ci siamo sbagliati, e oggi chiudiamo!

Se il reparto non riapre io smetterò di curarmi perché per me il mio reparto era una seconda casa e famiglia”, scrive accorata Carmen che tanto tempo ha trascorso in quel reparto, e conclude: “Vorrei che le mie parole, scritte con le lacrime agli occhi, vi arrivassero al cuore, mi rendereste la bambina più felice al mondo”.

Voglio chiudere chiedendo aiuto ancora a Christian, come ho fatto in apertura, il quale scriveva:

Spero che questa lettera venga presa in considerazione da chi di dovere per la riapertura del reparto di oncologia pediatrica. Parlo non solo per me, ma per tutti i pazienti oncologici del reparto. […] Rivoglio i miei infermieri e dottori, ma soprattutto rivoglio il mio reparto, la mia seconda casa, come lo chiamavo io. Ringrazio anticipatamente per ciò che si potrà fare”.

Dico, scriveva, perché Christian non è più tra noi, ma le sue parole rimangono, come rimane la sofferenza di tanti piccoli ‘Christian’ che potranno trovare sollievo nel “sottomarino colorato” del reparto di Oncologia Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma.

Quello che chiediamo è soltanto buon senso, contro quel “risparmio” che non è mai “vero risparmio” QUANDO A ESSERE PROTAGONISTA È LA SOFFERENZA  perché, come dice il vecchio saggio: “ci vuole tanto a costruire, ma poco a demolire”.

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