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Interviste

Modà, un ritorno live emozionante

Due anni di attesa per un ritorno sul palco emozionante. La band dei record, che ha sempre trovato nel live la sua condizione migliore, riparte con uno spettacolo all’insegna della leggerezza

Redazione Foritalynews

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di Gino Morabito

Quando fuori impazza la guerra, il gruppo capitanato da Francesco “Kekko” Silvestre canta la vita, l’amore, la “Buona fortuna” aiutata dai piccoli gesti concreti. Probabilmente i Modà non potranno cambiare il mondo con le canzoni, ma di certo faranno valere il loro punto di vista. Perché non esiste una guerra giusta, l’unica cosa giusta di una guerra è la fine.

In tour nei principali palazzetti italiani, Francesco “Kekko” Silvestre (voce), Enrico Zapparoli (chitarra), Diego Arrigoni (chitarra), Stefano Forcella (basso) e Claudio Dirani (batteria) portano dal vivo i brani del nuovo progetto discografico facendo tappa a Verona, Catania, Reggio Calabria, Bari, Roma ed Eboli.

La verità sull’amore con gli occhi di un romantico.

«A Gioia parlo tantissimo della storia che ho avuto con mia moglie Laura,» racconta Kekko «dei ventitré anni di vita l’uno accanto all’altra, di tutto quello che abbiamo fatto insieme… Cerco di farle capire, attraverso la nostra testimonianza di coppia, quanto sia importante avere un uomo affianco che la tratti bene, con rispetto, per essere davvero felice.»

Indicando la strada da seguire.

«L’unico modo che abbiamo per poter parlare d’amore ai ragazzi è attraverso i gesti concreti, quotidiani, che compiamo nei confronti delle nostre compagne, nei rapporti di coppia tra genitori. Anche io e Laura, in qualche modo, abbiamo preso spunto dai nostri genitori: proveniamo entrambi da due relazioni stabili che vanno avanti da quasi cinquant’anni.»

A quei tempi i “social” erano fatti di contatti umani, dove ci si incontrava tra coetanei.

«Si giocava insieme, talvolta si faceva anche a cazzotti ma alla fine eravamo tutti amici. D’estate, finita la scuola, si usciva la mattina alla volta delle cascine abbandonate; si preparava lo zainetto con il toast e la mamma non aveva paura di mandarti, perché era tutto più semplice, chiaro, meno perverso. Prendevo la bici e andavo a fare un giro nei campi di pannocchie, poi al campetto di calcio dove trovavo sempre qualcuno con cui poter giocare al pallone improvvisando le porte con le nostre giacchette.»

Il ricordo più vivido dell’infanzia ha il sapore del gelato.

«Quando mia mamma tornava dal lavoro – lei era un’infermiera, io e mia sorella a casa che l’aspettavamo – mi dava duemila lire aggiungendo: “Kekko, vai a comprare i gelati al bar.”. Ed io a correre più veloce possibile fino al ponticello per comprare tre gelati: uno per me, uno per mia mamma e uno per mia sorella. Ritornavo a casa col fiatone, e mangiarci quei gelati era una delle cose più belle al mondo.»

Un retrogusto che sa di nostalgia.

«Una parola imprescindibile nella mia vita è malinconia. Sono uno che vive costantemente nel passato e questo mio immutabile modo di essere mi fa andare su tutte le furie. Ho bisogno di rifugiarmi nel passato perché mi manca troppo quello che ho vissuto.»

In fondo, ognuno di noi è ciò che nessuno potrà conoscere.

«Davanti allo specchio vedo sempre quel bambino di cui non mi voglio mai dimenticare: se sono diventato ciò che sono oggi, è grazie ai suoi sogni. Vorrei ritrovarlo quel bambino, per cercare di sentire nuovamente la stessa gioia, l’entusiasmo, quella voglia di correre nei prati con le braccia aperte senza una meta, l’importante era correre.»

Quella voglia di libertà.

«Sicuramente la musica, se da un lato mi ha procurato il successo, dall’altro mi ha costretto a rinunciare alla privacy e a quella libertà a cui tengo molto. Inizialmente la vivevo malissimo, adesso va un po’ meglio. Volevo proteggere la mia famiglia e continuare ad essere me stesso: ci vuole un attimo a farsi risucchiare da quel vortice e ritrovarsi a impersonare un altro. Il mondo dello spettacolo è un continuo saliscendi: quando stai in cima, sono tutti con te sull’altare ma, se cadi a terra, ti volti e non trovi più nessuno.»

Restare sé stessi, non assomigliare a nessuno, essere umili.

«È il consiglio migliore che mi abbiano mai dato, ed è lo stesso che do a Gioia. La mia corazza, la mia forza l’ho sviluppata sui gesti concreti che ho visto fare ai miei genitori. Anni di sacrifici per tirare su tre figli, a cui non hanno fatto mancare mai niente. Magari non avevamo la bici nuova, era usata, ma ce l’avevamo.»

Una testimonianza autentica per credere e andare avanti.

«Di sicuro, credere in qualcosa è fondamentale per chiunque. Ho scritto un brano tempo fa, contenuto nel disco “Viva i romantici”, s’intitola “Salvami” ed è un pezzo a cui sono molto legato perché racconta di un momento intimo. È un dialogo tra me e Dio fatto in un periodo difficile della mia vita.»

Più che una canzone una preghiera.

«Non sono mai stato un praticante ma ho sempre creduto nell’idea di avere degli angeli custodi. Qualcuno che da lassù mi protegge; che, quando cammino, si prende cura di me. Poi, per quanto riguarda tutto il resto, preferisco scoprirlo quando sarà il momento e farmi meno domande possibile. Continuo a credere e sperare, ma non mi piace immaginare troppo per evitare di rimanere deluso.»

Riuscire ad affermare la propria individualità è impagabile. Si prova una sensazione di euforia, per certi versi simile alla felicità.

«Sono più felice adesso degli anni in cui andava tutto bene. Felice di essere me stesso, della mia libertà a 360 gradi, senza nessuno che mi dica cosa fare. Mi riferisco chiaramente al lavoro. Non c’è libertà più grande di fare ciò che si vuole, senza costrizioni. Quanto ai rapporti umani, grazie anche all’esempio dei miei genitori, sono sempre stato una persona perbene, rispettosa di tutti, e non ho intenzione di cambiare.»

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Interviste

La libertà di essere Fiorello

«La preoccupazione è che io non riesca a tradurre quello che ho in testa. Come un regista cinematografico: i copioni sono sempre meravigliosi, poi però il film non è mai come il copione»

Redazione Foritalynews

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di Gino Morabito

Talento cristallino, stile inimitabile, orgogliosamente siculo. Con un’età anagrafica di sessantadue e percepita di quaranta, “il Mattarella dell’intrattenimento” è capace di animare, cantare, presentare, condurre, recitare, imitare.

Lo fa attraverso improvvisazioni ed esperimenti scenici, invenzioni mimiche, incursioni di ospiti a sorpresa, una scaletta musicale fluida e l’innesto di momenti di spettacolo fuori copione: è questa la libertà dello showman più famoso d’Italia.

Aveva dichiarato di volersi ritirare a sessant’anni. Fortunatamente per noi, Rosario Tindaro Fiorello detto Ciuri quel giro di boa l’ha superato, tornando mattatore al calore del suo pubblico.

Altri tempi.

«Per me il momento più bello della vita erano quei quindici minuti della ricreazione, era andare al cinema il pomeriggio con gli amichetti, era aspettare la più bella della terza C per poterla vedere quando usciva da scuola.»

Catanese di nascita e cresciuto ad Augusta in provincia di Siracusa.

«La Sicilia non mi ha tolto nulla, anzi mi ha dato tutto quello che sono oggi.»

A metà degli anni Settanta, gli amici parlavano del “villaggio” con toni mitologici.

«“Non è un albergo, ci sono le capanne, non c’è il direttore, ma ‘u capovillaggio e la sera ballano tutti nudi, scalzi, con i parei, le tette di fuori, la marijuana libera. Hai presente Vuudstocche?”. Alla fine fui assunto. Dopo aver venduto le verdure in mezzo alla via, aver fatto il muratore, il meccanico e anche il telefonista in una ditta di pompe funebri, il villaggio era un bel salto. Quelli che mi vogliono denigrare dicono “viene dai villaggi”. Ma io so che se non ci fosse stato il prima, non ci sarebbe stato neanche il dopo. Il villaggio è stata la mia scuola.»

“Permaloso e rancoroso” con quella riluttanza ad accettare le critiche.

«Sono fatto così: ti posso piacere o meno, tu sei libero di dire ciò che vuoi, io di non fare più un varietà. Poi i tempi sono cambiati e non è detto che ciò che andava bene ieri vada bene anche oggi. Vedo gente che con il 22 per cento di share stappa lo champagne. Noi arrivammo al 63. Quanto dovrei fare ora per non deludere le aspettative?»

Lo spettacolo per lo spettacolo.

«Una volta ho fatto uno show senza pubblico, c’erano due persone. A Fiuggi, durante la finale del Grande fratello 1, non venne nessuno: parlavo con le sedie e i faretti. Con una o con tremila persone è uguale. Per me l’importante è fare spettacolo. Accadrà finché vivrò, perché sono riuscito a smettere di fumare ma non riesco a smettere di pensare al mio mestiere. La tivù è un’altra cosa. È il meno veritiero dei mezzi con cui mi esprimo. Il più irregimentato.»

Radio sì, ma solo se c’è l’idea buona.

«Mi diverto come un pazzo… La radio è sempre quella, musica e parole, è una cosa che per assurdo non esiste. Cerco di far capire che l’età non conta. Che se hai delle idee, anche a cinquant’anni, come faceva Arbore, puoi incontrare il pubblico più giovane di te.»

La pigrizia di uno sperimentatore.

«Io sono più di pigro.Sono uno da divano, mi piace stare a casa con le mie figlie e con Susanna. Vedo programmi condotti per quindici, venti, trent’anni dalla stessa persona, anche di successo. Mi chiedo “come fanno a fare sempre lo stesso programma?”. Io non sono così, non ce la faccio. Negli anni ho fatto massimo quattro puntate dello stesso programma, poi sono andato sul web, quindi su Sky, poi sono tornato in Rai.»

La voglia di stupire, l’ansia da prestazione, le riunioni infinite… e poi la paura.

«La preoccupazione è che io non riesca a tradurre quello che ho in testa. Come un regista cinematografico: i copioni sono sempre meravigliosi, poi però il film non è mai come il copione.»

Dal copione al cinema il passo è breve.

«A Riposto, in Sicilia, dove abitavo, vicino alla caserma in cui lavorava mio padre, appuntato di guardia di Finanza, c’era un cinema, il Musmeci. A cinque anni stavo da solo in sala, dalle 16 alle 20 a vedere i film epici. Ero innamorato della forza bruta. Per un bambino era tutto vero: i massi di polistirolo sollevati in alto, le botte e invidiavo i gonnellini disegnati da Sabrina Salerno. “Un giorno vorrei essere come loro”, mi dicevo. Ma non ci sono evidentemente riuscito (tra il serio e il faceto, N.d.R.).»

Un animale da palcoscenico che si fa salire la febbre del sabato sera.

«Quella di John Travolta ne “La febbre del sabato sera” è la camminata più bella della storia del cinema mondiale, un capolavoro. Ne rimasi abbagliato. Ricordo ancora la fila alla sala di Augusta. Il giorno dopo dicevo a mia madre: voglio andare a fare la spesa. Poi con le buste in mano iniziai a camminare come lui per la strada principale della città, via Principe Umberto. Quando è venuto ospite al mio spettacolo su Raiuno, Stasera pago io, mi disse che ricordavo i passi meglio di lui.»

Ricorda l’esordio in Cartoni animati dei fratelli Citti.

«Lo girammo a Fiumicino e ogni sette secondi passava un aereo. Così dovemmo ridoppiare tutto, anche i molti personaggi che non potevamo certo andare a cercare. Io diedi la voce a ben sette persone. Ma quel film per me è vera poesia.»

E poi Il talento di Mr. Ripley del Premio Oscar Anthony Minghella.

«“Ah, ma che, sei regista? E che hai fatto?”, “Il paziente inglese, l’hai visto?”, “Accidenti, ma l’hai fatto tu? Certo che l’ho visto, complimenti! Nacque così. Scrisse la scena per me ricreando quello che aveva vissuto in prima persona, Fiorello ero io, io so fare solo me. Mi ricordo ancora le battute.»

Il regista lo sceglie dopo averlo visto cantare Tu vuo’ fa’ l’americano in un locale di Capri.

«Per Ripley venni invitato agli Oscar, arrivai distrutto dopo otto ore di volo sotto Tavor. Mia moglie può testimoniare che a ogni festa cantavo “Tu vuo’ fa l’americano”, perfino con Meryl Streep, e tutti mi dicevano di restare ma io non vedevo l’ora di tornare a casa.»

Il rifiuto della proposta hollywoodiana di Harvey Weinstein, l’ex produttore americano.

«Mi chiamano per chiedermi se voglio fare un ruolo in Nine di Rob Marshall, un musical importante con la Cruz, la Kidman e Lewis. Mi mandano il copione e la mia scena doveva essere a pagina 121. Leggo e rileggo ma non trovo il mio personaggio. Alla fine mi accorgo che ero sullo sfondo come cantante italiano e decido di dire no. Allora Weinstein mi ha scritto una lettera dove diceva “come osi dire di no, non hai idea di chi sia quello a cui hai detto no, non lavorerai mai più in America.”. Capirai che mi importa! Non è il mio lavoro: è come se avessero detto a un calciatore “non giocherai mai più a basket”.»

Si sarebbe dovuto ritirare a sessant’anni, ma quel giro di boa fortunatamente l’ha superato.

«Un tempo le persone mi chiedevano gli autografi e dicevano: “È per me”. Poi siamo passati alle madri, alle zie e alle nonne. Quando arriveremo alle bisnonne capirò che è finita.»

Programmi per il futuro.

«Vorrei invecchiare, ma purtroppo non ci riesco».

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Interviste

Red Canzian, sul palco come nella vita

«Se parliamo di esseri umani, nel tempo può durare solo la passione, perché tutto il resto invecchia»

Redazione Foritalynews

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di Gino Morabito

Aveva diciassette anni, giovanissimo esordiente sul palco di un festival. All’epoca non era ancora all’altezza di potersi esibire difronte al pubblico, però gli piaceva cantare e propose un pezzo di Paul McCartney, Yesterday.

Quando vinse quella manifestazione, comunque importante perché la presentava già Pippo Baudo, Bruno capì due cose: aveva un look improbabile, per cui si sarebbe reso necessario molto lavoro per costruirsi l’immagine di rockstar, e che, per tirarlo giù da quel palco, avrebbero dovuto abbatterlo.

Il racconto inedito di Red Canzian è quello di un uomo, la cui forte personalità artistica trova ispirazione e nutrimento nell’insaziabile fame di vita e musica che fluiscono nella stessa anima. Si mette a nudo, con estrema naturalezza, rendendoci partecipi di alcuni momenti privati che toccano le corde più intime del dolore e della speranza.

Giovedì 19 maggio allo Sheraton di Catania Red Canzian racconta il nostro tempo e si racconta. Un incontro durante il quale il dott. Salvo Noè, psicoterapeuta e scrittore, già consulente di Rai 1, prendendo spunto da alcuni brani dell’artista, affronta tematiche legate alla vita di noi tutti.

«Non mi sono mai ritagliato nella vita il ruolo del consigliere perché è decisamente complicato. Ogni vita, come ogni storia d’amore, è un racconto a sé e diventa difficile, se non impossibile, entrare nelle esigenze, nei percorsi, nei particolari di esistenze che non conosci a fondo. Ecco perché sono diventato un narratore, un testimone del tempo.»

Un incontro fortemente voluto dal compositore, cantante, polistrumentista e produttore discografico, che sancisce inequivocabilmente il suo fortissimo legame con la Sicilia.

«Con la Sicilia ho un rapporto bellissimo da sempre, perché la trovo un crogiuolo di anime, di razze, di emozioni, con una storia irripetibile. La Sicilia ha un cuore vivo e ardente nell’Etna che è ancora, in realtà, la madre di quella terra. Più semplicemente, quando sono in Sicilia mi sento felice.»

La tappa etnea del musicista originario di Quinto di Treviso segue la sua partecipazione al concerto dedicato all’amico Franco Battiato al teatro Antico di Taormina.

«A Franco mi lega la musica sperimentale degli inizi, nella stessa casa discografica, quando si apprestava a realizzare l’album “Fetus”. Poi lui scrisse il mio secondo quarantacinque giri e andammo a Londra a registrarlo insieme. E ancora, quando i Capsicum Red si sciolsero e mi volle negli Osage Tribe, un gruppo che aveva inventato lui stesso; per non parlare della meravigliosa parmigiana di melanzane che preparava sua mamma a Milano…»

La voce e il basso, Phil al pianoforte, Chiara che fa i cori e canta alcuni pezzi, Bea in regia. Il ritorno sul palco di Red Canzian, in musica e parole.

«Il concerto-racconto attraversa la mia storia: quella di tutti quei ragazzi nati negli anni ‘50 che hanno avuto la fortuna di vivere un periodo di grandi cambiamenti, figli del boom economico, con la prima televisione in bianco e nero, il rock’n’roll di Elvis, la musica dei Beatles e i sogni dei ragazzi del ‘68, con quella voglia di cambiare il mondo… e così, passo dopo passo, fino ad arrivare alle storie di oggi.»

Ha girato l’Italia e ovunque ha fatto sold out: Casanova opera pop, la storia di un sognatore.

«Il nostro sogno di Casanova mi ha portato a ricevere il Leone di San Marco, simbolo della città di Venezia, ed io l’ho giustamente dedicato a mia moglie Bea, perché amo coinvolgerla in tutto quello che faccio. E poi l’applauso in teatro il 22 febbraio scorso per la prima a Treviso di quattro date sold out. Un applauso scrosciante, infinito, emozionante. Mi viene la pelle d’oca a raccontarlo.»

Il primo grazie, quello più importante.

«Va a mia moglie e ai miei figli. Nella situazione d’emergenza Bea ha supervisionato e fatto da collante tra i vari reparti dello spettacolo, i debutti in teatro e l’ospedale. Era ovunque, non riesco ancora a capire come ci sia riuscita. E poi l’amore dei miei figli e di tutte le persone che ho sentito vicine. La loro preoccupazione, le preghiere spese per me. Sono stati semplicemente meravigliosi. Grazie di cuore!»

Un autentico capolavoro di incastri: “Non esiste uno spettacolo al mondo con trenta cambi di scena”.

«Di recente con la mia famiglia siamo stati a Londra, su invito dei nostri partner inglesi che si occuperanno della distribuzione di Casanova nel mondo, ed è la prima volta che l’Inghilterra si interessa a un musical italiano. Mi piace sottolinearlo perché per me è una nota di orgoglio. Lì siamo andati a vedere due musical con dieci cambi di scena. Quelli sarebbero già considerati spettacoli molto ricchi: dieci cambi di scena dove variano alcuni elementi, pochi oggetti a definire un’ambientazione che viene appena citata… Con Casanova entri nel Campiello, in piazza San Marco, all’interno dei palazzi nobiliari. Sei a Venezia.»

Una città, la Venezia del ‘700, che, seppur in un periodo di decadenza, insegnava al mondo l’arte, l’eleganza, la raffinatezza.

«Entri nello splendido barocco di Palazzo Labia e, nel Salone da ballo, sei rapito da uno dei capolavori del Tiepolo. In questa città ogni capitello racconta una storia. Poi Venezia è anche il rumore delle “bricole”: quei pali di legno legati tra loro, che scricchiolano quando l’acqua li muove. Casanova inizia proprio con il rumore dell’acqua, il cigolio delle briccole e in lontananza i gabbiani. Per una buona mezz’ora, prima che si alzi il sipario sullo spettacolo, mandiamo quel sottofondo, affinché le persone che arrivano in teatro entrino già nell’atmosfera del musical. Lo stesso Phil, mio figlio, per gli arrangiamenti, è andato a ricercare i suoni ritmici delle calli di notte, dei pontili in legno, delle gondole che sbattono tra loro. L’effetto è incredibile.»

Una bellezza commovente, eterna come la passione.

«Se parliamo di esseri umani, nel tempo può durare solo la passione, perché tutto il resto invecchia. Con gli anni la passione prende corpo e sostanza, acquisisce una nuova consapevolezza di sé: ad esempio, l’amore e la passione che provo oggi per mia moglie sono completamenti diversi rispetto a quelli di trent’anni fa. Tuttavia sono sentimenti molto più maturi e profondi.»

L’amore, le separazioni, i figli, l’amicizia, i lutti. Sono alcune delle tematiche legate alla vita di un “testimone del tempo” che racconta del proprio vissuto.

«La mia è stata una vita fortunata, anche se non credo alla fortuna, partecipando decisamente affinché determinati eventi accadessero. È stata ed è una vita bella, significativa, nella quale ho sempre agevolato gli incontri. Perché è dagli incontri che nascono le occasioni importanti.»

Un meraviglioso viaggio nella memoria, con qualche aneddoto personale che lega Red Canzian a miti immortali della musica.

«Sicuramente l’incontro più emozionante è stato quello con Paul McCartney, per realizzare un video contro il maltrattamento degli animali. Paul si divertì molto nell’apprendere che, oltre al grande amore per gli animali che ci accomunava, anch’io fossi un bassista come lui e che, come lui, anch’io facessi parte di una band storica. Poi gli dissi che avevo il basso Hofner e molto carinamente mi propose di andare a suonare qualcosa insieme. Credo di essere l’unico artista italiano ad avere delle foto con Paul McCartney insieme a tutta la mia famiglia. Era il mio idolo da ragazzino e allora, per una volta, mi sono ritrovato dalla parte di tutti quei fan che mi fermano per chiedere l’autografo. Grazie a quell’incontro, ho imparato a rispettare molto di più le loro richieste, ad assecondare il loro amore. Certo, ripensando agli incontri significativi della mia vita, la memoria corre inevitabilmente a Valerio (Negrini, N.d.R.) e a Stefano, e al dolore che continuo a provare per la loro perdita.»

In questa misteriosa corsa ad ostacoli che è la vita, tanti i traguardi raggiunti. Forse un treno perso.

«L’unico rammarico è quando con i Pooh non siamo saliti sul treno che ci avrebbe portato all’estero. Attraversavamo un periodo in cui eravamo molto richiesti e saremmo potuti diventare come Eros, Laura, Bocelli… fuori dai nostri confini. Forse per una nota di provincialismo, o magari perché tenevamo troppo al mercato e al nostro pubblico, abbiamo continuato a lavorare in Italia dedicandoci poco all’estero. A parte quello, direi che è andato tutto molto bene.»

Bisogna capire qual è la strada da imboccare.

«Se si fa un ragionamento analitico, è ovvio che – su un piano meramente economico – si capisce subito cosa conviene fare, scegliendo in base al valore maggiore. Ma non è detto che quello che vale di più poi ti faccia sentire felice. Io ho sempre fatto una prima valutazione tecnica, dopodiché mi impongo di dimenticare e scelgo con il cuore. Allora può succedere di imboccare la strada impervia, quella più svantaggiosa; capita di sbagliare. Il cuore sbaglia più della testa, è assodato. Ma, quella volta che non ha sbagliato, è stata una grande vittoria.»

Palcoscenico e famiglia, i due elementi fondanti di una vita fatta di musica.

«Sono complementari e camminano di pari passo. Nella mia vita questi due aspetti si fondono insieme e rappresentano i momenti che mi fanno sentire bene. Palcoscenico e famiglia sono il mio stato di grazia.»

Uno stato di grazia, un momento felice di creatività artistica declinata anche nella realizzazione di un libro disco, partendo dalla drammatica esperienza vissuta. Raccontare quanto vale riuscire a scendere dal letto in ospedale per la prima volta, sentire il rumore dell’acqua sulle mani. E avere voglia di andare avanti.

«Grazie a Dio, sto vivendo un momento di grandissima creatività. È un periodo in cui mi sento molto ispirato: qualche giorno fa, in veranda, in un quarto d’ora ho scritto quella che ha tutte le potenzialità per diventare una buona canzone. Quanto al libro disco, è un’idea che mi piace, perché mi piace raccontare. E, nel racconto, mi viene naturale unire la parola alla musica.»

Quella stessa musica che per alcuni è il linguaggio di Dio, la cosa più vicina alla felicità.

«Felicità è una parola che ho paura a pronunciare. Troppo grande, talmente sconfinata. Piuttosto sono sereno. Perché è con la serenità d’animo, che si riescono ad affrontare i problemi, per giungere poi alla felicità. E “la felicità è reale solo quando è condivisa”.»

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Interviste

Semplicemente d’Iva

Ha compiuto ottantadue anni, girato il mondo, posato per Playboy, conquistato la tivù, è stata europarlamentare e non teme nessuno, anche se ancora si emoziona.

Redazione Foritalynews

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di Gino Morabito

Reggiana Doc, l’Aquila di Ligonchio è tornata, con quel graffio blues inconfondibile della sua voce, ad abbracciare il suo pubblico. Semplicemente d’Iva. Iva Zanicchi ci regala un’interpretazione elegante e raffinata, che ha declinato nelle tredici tracce di Gargana (per la Luvi Records, distribuito da Believe Digital), un termine del dialetto di Ligonchio, che significa “voce”, l’appellativo che la accompagna da sempre. Oggi, quella bambina dalla voce straordinaria è ancora in lei, rendendone immutato lo sguardo.

Di base la superstizione, il non è vero ma ci credo.

«Sono superstiziosa da morire. Sempre, prima di andare in scena, anche se si tratta della festa di piazza, mi faccio il segno della croce e contemporaneamente devo avere addosso tre chicchi di sale grosso. Come tutti i segni di terra ho paura di volare: mentre salgo sull’aereo, rigorosamente con il piede destro, mi tocco il seno sinistro con la mano destra. È un esercizio che consiglio a tutte le donne.»

In camerino si fa il segno della croce, mette il sale grosso nel reggiseno. C’è ancora l’emozione, quella scarica di adrenalina. Una femme fatale che conquista il pubblico canzone dopo canzone.

«Se in passato volevo conquistare qualcuno, lo invitavo in sala d’incisione e cantavo per lui. Senza dirglielo. Però lui lo capiva perché lo guardavo negli occhi. Quando sei innamorata canti da dio, a me succedeva così.»

Riuscire a trasmettere ciò che si sente è “divino”.

«Quando canti intensamente, con trasporto, trasmetti delle onde energetiche alla gente e, se riesci a captare la loro attenzione, se quelle vibrazioni ti tornano indietro, allora hai conquistato il tuo pubblico.»

L’imperativo per Iva Zanicchi è cantare di quel folle sentimento chiamato amore, dall’alba della volontà fino alla nostalgia del tramonto.

«Ho sempre immaginato l’amore come un ring con due pugili che si affrontano. L’amore è una lotta. Se sei innamorato perso della tua donna, chissà per quale mistero, pur amandoti, lei si allontanerà da te e ti farà soffrire. L’amore è vincente e perdente allo stesso tempo, devi sempre stare all’erta.»

Nella vita, è mossa da profonda riconoscenza.

«La prima persona verso cui nutro profonda riconoscenza è una sarta di Reggio Emilia che, quando ho iniziato a cantare, non navigando io nell’oro, mi confezionò due vestiti e me li regalò aggiungendo: “Sono certa che mi ripagherai, perché con la voce che ti ritrovi avrai successo.”. Ogni volta che lei mi ha vestito per il Festival di Sanremo ho sempre vinto. La seconda persona, sempre di Reggio Emilia, è il mio primo maestro di canto, Leopoldo Bertani, un non vedente che mi ha insegnato molto.»

Per sempre sono quegli incontri che hanno lasciato un segno indelebile.

«Uno su tutti quello con Giuseppe Ungaretti che ho avuto la fortuna di poter frequentare. Abbiamo anche trascorso una settimana insieme alle terme di Salso Maggiore. Per me quell’incontro fu pazzesco! Già avanti negli anni, era come un bambino, puro. Mi raccontava della sua infanzia, dell’amore per la madre, dell’Egitto, della Grande Guerra e che le liriche più belle gli sono venute proprio quand’era in trincea.»

La sua cifra umana e artistica: reggiana Doc con un pizzico di trasgressione.

«Sono sempre stata trasgressiva, sconsideratamente. Addirittura a quarantacinque anni ho osato – e poi me ne sono pentita – posare per Playboy.»

Splendida performer come cinquant’anni fa.

«Forse non è vero, ma tutti quelli che mi sono vicini, dai musicisti ai maestri d’orchestra, dicono che canti meglio oggi di cinquant’anni fa. La voce è diventata più scura, come piace a me, un po’ più sporca. All’epoca facevamo a gara a chi andava più su con le note acute. Riascoltando delle canzoni mi chiedo ancora perché lo facessimo, toccavo dei Mi quasi da soprano. Eravamo un po’ fanatiche. Negli anni Sessanta volevamo dimostrare a tutti i costi di riuscire in qualsiasi tipo di “acrobazia” vocale.»

Dicevano “le donne non vendono”, invece hanno sempre dimostrato il contrario: Un fiume amaro di Theodorakis nel 1970 vendette più di un milione di dischi… Certo erano altri tempi.

«Eravamo forse ingenui ma così desiderosi di fare, di arrivare, di realizzare qualcosa di importante. Oggi invece i nostri giovani, e ci metto dentro i miei nipoti, crescono un po’ viziati; hanno talmente tutto a portata di mano che talvolta smettono anche di sognare.»

C’è poco da consigliare, i giovani non ascoltano.

«A quella povera bambina che nel 1965 era al suo primo Sanremo avrei voluto dire: “Cercati qualcuno che ti possa aiutare, vinci i tuoi complessi, non farti scoraggiare dalle critiche”. Invece, oggi come allora, non riesco a dire di no, devo sempre accontentare un po’ tutti e non è un bene.»

La madre si toglieva il pane per lei, facendo sacrifici come solo le mamme sanno fare. Le cantava le romanze. La figlia Michela ha aperto un’etichetta discografica per seguire il solco del padre Antonio Ansoldi. L’ha chiamata con le iniziali di Luca e Virginia, i suoi figli. Iva Zanicchi, unica donna a vincere tre volte il Festival della canzone italiana, ha avuto dal pubblico dell’Ariston il riconoscimento più bello che un’artista possa desiderare: la standing ovation e quell’applauso che è sembrato non finire, dalla prima all’ultima esibizione, sono una meravigliosa istantanea, un ricordo prezioso da incorniciare. Lì, ci sono racchiusi tutta la gratitudine e l’amore che questa donna straordinaria ha saputo regalare alla nostra musica. Un interminabile istante di pura felicità.

«Credo che nessuno sia mai riuscito a definire esattamente la felicità. L’ho assaporata: sono degli attimi, dei momenti in cui ti soffoca, ti manca il respiro. Dopo realizzi, sei contento di quanto ti è appena accaduto, del risultato raggiunto… ma non è più felicità.»

Davanti allo specchio “una signora che si mantiene bene, che non è ricorsa al lifting ma ha poche rughe”.

«Vorrei solo si dicesse che sono una brava persona e che sono generosa.»

“Nata di luna buona”, il commento con cui fu accolta dal bisnonno Lorenzo al momento della nascita.

«Venivo dopo due femmine e i miei si aspettavano il maschio, invece sono nata io. Mi raccontarono poi che mio padre stette tre giorni senza venirmi a vedere e, una volta elaborata la delusione, disse a mia madre che si sarebbero rifatti con il prossimo figlio. L’unico che mi accolse subito fu il mio bisnonno Lorenzo che, prendendomi in braccio, disse: “È nata di giovedì e di luna buona. Sarà molto fortunata!”.»

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