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Cultura

Grande successo per la sfilata IRIS Milan, Fashion Week al 55 Milano

Post Covid nel segno della moda
da rilanciare con la comunicazione globale

Paolo Castiglia

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Un grande successo e un premio alla carriera per la organizzatrice e mente di tutto, Irina Tirdea. E quello che è successo nella serata di mercoledì 23 durante la sfilata di moda IRIS Milan Fashion Week A/I 2020, presso il locale 55 Milano “Una risposta di rilancio in questo momento difficile per tutti, questo post covid che poi tanto ‘post’ non è” spiega la stessa Tirdea, che ha voluto presentare questa serata dove è stato possibile trovare una mostra d’arte e musica live.

Secondo logiche di comunicazione complessiva, non poteva mancare la cucina con degustazioni di Vino Open Wine, e il tutto con shooting nel segno dell’eleganza e le interviste ai partecipanti. Motore e cuore pulsante di tutto ciò, l’entusiasmo professionale proprio di Irina Tirdea, leader di questa che si presenta come una strategica iniziativa di comunicazione e promozione culturale, oltre che di marketing editoriale per il settore moda: “Il nostro progetto – ha spiegato la stessa Tirdea – è trasformare di fatto il marketing in comunicazione pura e evento culturale, anche con un canale Tv, in perfetto assetto giornalistico, dedicato a questo, e anche con un’Accademia dello Stile, oltre che con numerosi spazi social e internettiani, dove dare appunto lezioni di stile nel segno della grande moda italiana da rilanciare”.

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Cultura

“Lo Straniero”, quasi ottant’anni ma non li dimostra

Una lettura del testo di Albert Camus, una delle tante a cui il libro si presta nonostante la sua sinteticità. Un atteggiamento nei confronti della vita, un’opera che, in molti aspetti, sembra scritta per i nostri giorni

Giulia Cardillo

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L’”Etranger”, nella lingua originaria francese; “The Stranger negli USA; “The Outsider” nel Regno Unito; “Lo Straniero” in Italia. Lingue diverse, ognuna delle quali colora il titolo di sfumature altrettanto diverse. A questi aggiungiamo quello che, alla nostra lettura, appare più calzante: “L’Estraniato”. Ma forse anche “L’Ospite di Passaggio”, come a dire “non mi immischio tanto sono di passaggio; destinato a “non perdurare”, quindi.

Pubblicato nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, raccoglie ed esprime, in un certo qual modo, l’angoscia e la disillusione di un’intera generazione. Gli stessi aspetti che lo rendono drammaticamente attuale.

“Lo Straniero” non è, infatti, lo specchio del comune sentire di un’epoca storica, ma un intreccio di temi, problemi ed immagini dalla valenza universale. Emerge, tant’è vero, fin dalle prime pagine, immergendosi nella lettura, il dubbio di trovarsi in Algeria, dov’è ambientato, quasi ottant’anni fa, oppure ai giorni nostri, nelle nostre strade, nelle nostre case, nelle nostre città.

Il nucleo centrale del pensiero filosofico di Albert Camus è celato sotto la trama di vicende che vedono protagonista il giovane Meursault, modesto impiegato che vive ad Algeri. Con un tono asciutto e lapidario, senza avvalersi di descrizioni articolate, l’autore delinea il profilo di un personaggio complesso di cui fin dall’inizio colpisce l’incapacità di provare emozioni, l’inflessibilità del suo animo e la sua patologica indifferenza nei confronti del mondo esterno.

L’intreccio non è affatto articolato. Si tratta di una narrazione sintetica, scarna, scandita da diversi capitoli, ciascuno recante un’esperienza diversa del protagonista, nonché narratore del romanzo, in cui centrali non sono le azioni dei personaggi bensì la sua dimensione emotiva, o meglio, “inemotiva”.

Un individuo come tanti altri, un lavoro che gli occupa molto tempo e lo tedia, una casa, una madre in un ospizio. Una vita fatta, e “affetta”, da abitudini che hanno trovato la pace in loro stesse.

Oggi la mamma è morta. O forse ieri non so”. Così si apre il racconto. In prima persona Meursault racconta il suo viaggio in autobus per ottanta chilometri fino all’ospizio, la veglia notturna, il funerale sotto un caldo torrido, la sepoltura, il rientro.

Una sequenza di eventi “ordinari” incapaci di provocare alcuna deflessione del suo animo. Un’indifferenza emotiva spiazzante. Costernato più dalla fatica di interrompere la propria routine che dal lutto, Meursault al rientro fa un bagno in mare e incontra una ragazza, Marie, con la quale inizia una storia. Una “inemotività” confermata, se non accentuata, nei capitoli che seguono; nella sua passiva accettazione di sposare una donna che non ama o nella mancata esitazione che mostra nell’aiutare il vicino Raymond, noto sfruttatore di donne, a punire la moglie.

La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha chiesto se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l’amavo. Le ho risposto, come già avevo fatto un’altra volta, che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. “Perché sposarmi, allora?” mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva alcuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci. Del resto era lei che me lo aveva chiesto e io non avevo fatto che dirle di sì.

Tutto è distante, “estraniato”. Quando Raymond si vendica della donna portandola in casa con un inganno per picchiarla, le sue urla e l’arrivo delle forze dell’ordine non turberanno affatto Meursault, che anzi continua con grande indifferenza a frequentare il picchiatore fino a trascorrere una giornata con lui e Marie sulla spiaggia. Qui finisce la prima parte del libro, su una spiaggia assolata dove ucciderà un arabo a colpi di pistola. L’arabo era il cugino della donna malmenata e stava inerme dietro uno scoglio, Meursault, uscito nella canicola con la rivoltella di Raymond in tasca, gli spara ripetutamente in preda al caldo, alla luce del sole, al sudore che lo acceca, non per rabbia o astio o difesa. [E quanti fatti di cronaca dei nostri giorni ci tornano alla mente].

Meursault è in prigione. Ma non è un uomo angosciato o costernato, tantomeno pentito davanti a un commissario disperato da tanta indifferenza per un uomo ammazzato. Nulla sembra toccarlo. Estraneo a se stesso e a tutto quello che lo circonda: le convenzioni, i legami, gli affetti, perfino la morte. Meursault è “straniero” anche rispetto ai sentimenti che ci si aspetterebbe da lui, come il dolore per la morte della madre o il senso di colpa per aver ucciso un uomo.

Quella di Meursault non è una indifferenza, comunque, nella sua accezione più consueta, quanto una indifferenza dovuta alla lucidità di sapere che non ci sono più illusioni, che una vita è uguale all’altra. Tutto ciò fa del protagonista un uomo assolutamente attuale, un piccolo uomo comune che vive il senso dell’assurdo e per il quale tutto è equivalente.  Sempre lì, alla finestra, a guardare la vita che passa.

Ho pensato spesso, allora, che se avessi dovuto vivere dentro un tronco d’albero morto, senz’altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato. “Avrei atteso passaggi di uccelli o incontri di nubi […]. Del resto era un’idea della mamma, e lei lo ripeteva sempre, che si finisce per abituarsi a tutto”. 

Tuttavia non bisogna cadere nell’errore di ridurre un personaggio così complesso a un semplice uomo apatico dai problemi familiari irrisolti, inibito della capacità di distinguere il bene dal

male, quasi a dedurne una deformazione caricaturale ad opera dell’autore.

Il racconto, volutamente sintetico e privo di una vera e propria trama, non va inteso come la semplice storia di un uomo.

La sopportazione apatica della vita, il trascinarsi avanti nei giorni, che si ripetono, ognuno uguale all’altro, non rappresentano una condizione esistenziale in cui versa il solo Meursault. Quello che avverte e di cui è ben consapevole il protagonista è comune a molti, e sempre di più, anche oggi. È la noia che anima la vita, che talvolta ci illudiamo di fuggire. È l’insensatezza della stessa esistenza. La differenza, nell’ottica del racconto, è che Meursault, diversamente da molti, non si inganna, ma guarda il mondo con lucido distacco, tenendo a mente che l’investimento di emozioni o l’impiego eccessivo di forze nulla giovano all’esistenza umana. È inutile, quindi, istituire un codice di valori, essendo giunti all’amara consapevolezza del non-senso della vita. Così come non serve perseguire un qualsivoglia obiettivo se questo non salva dalla vanità del mondo.

Ed ecco che assistiamo ad un vero e proprio sovvertimento dei ruoli. Quello che ci appariva come un personaggio di cui recriminare i comportamenti, al termine della lettura appare dotato di una sorta di veggenza e pare salvarsi dalla miopia della massa la quale è priva della sua consapevolezza.

Con questo atteggiamento assiste al suo processo, non intervenendo mai direttamente, nonostante sia in gioco la sua stessa vita. Un atteggiamento di osservazione che si contrappone a quello di critica della “normale” società.

Nella società ritratta da Camus, Meursault sembra l’unica persona ad aver acquisito questa consapevolezza, a saper accettare i vari avvenimenti nella loro “verità effettuale”, senza chiedersi

perché ha ucciso l’Arabo o non ha pianto al funerale della madre, ma prendendo semplicemente atto che ha fatto ciò.

L’assurdo è che Meursualt è condannato semplicemente perché si rifiuta di mentire, in quanto con una piccola menzogna si sarebbe sicuramente salvato.

A pesare sul piatto della bilancia della Giustizia non è tanto, o solo, l’omicidio commesso, quanto il non aver pianto al funerale della madre. È per questo che viene giudicato e condannato a morte.

Ancora un aspetto spaventosamente contemporaneo de “Lo Straniero” di Camus, è il non guardare alla “Storia” ma nemmeno alla propria storia. È l’accettazione di un eterno presente in grado di preservarci e di garantirci un torpore abitudinale. Meursault parla anche dell’uomo di oggi, del non voler vedere a chi si è figli e di quale vicenda per non avere pensieri, per non varcare quella soglia delle preoccupazioni umane che potrebbe portare a chiedersi qualcosa.

Il testo non ci pone domande e non ci dà risposte, ma ci mette dinanzi a un bivio: attori o spettatori; vivere o lasciarsi vivere. E se attori: attori/autori convinti o commedianti; crederci o far finta di crederci.

Meursault ci mette di fronte a una scelta spietata, davanti a rapide insidiose: tuffarsi, nell’illusione, speranza o convinzione di raggiungere il mare; o lasciare che tutto scorra in attesa di una fine che, fondamentalmente, è già scritta o, peggio ancora, è assolutamente aleatoria.

Forse è per questo che qualcuno consiglia la lettura di questo libro fino ai vent’anni perché dopo quell’età, probabilmente, la scelta è già fatta.

Nel 1957 Albert Camus vince il Nobel perché “La sua opera mette in luce i problemi presenti ai giorni nostri alla coscienza degli uomini”.

Giorni nostri di allora che si riflettono nei giorni nostri di oggi.

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Cultura

Grazie Gianni, buon compleanno! Un abbraccio da tutti i bambini del mondo!

I 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari: La storia celebra il genio della letteratura per l’infanzia.

Daniele Sebastianelli

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(dedicato a Giorgio Diamanti, profondo conoscitore di Rodari e suo amico)

Ricorre quest’anno il centesimo anniversario della nascita di Gianni Rodari, indiscusso genio italiano della letteratura per l’infanzia. Nato il 23 ottobre 1920 sul lago d’Orta, in Piemonte, ha segnato il secolo scorso e continua, inesorabilmente, e lasciare la sua impronta ancora oggi nel mondo della letteratura per ragazzi e soprattutto nell’educazione alla lettura che con lui ha trovato un canale privilegiato e sicuro.

Prima maestro elementare, poi scrittore, ha cresciuto e saziato generazioni di ragazzi investendo su ciò che è loro più congeniale: la fantasia. Una creatività che lo ha spinto non solo a scrivere innumerevoli libri ma, si può dire, ad impostare un metodo capace di affascinare l’animo dei più giovani ( e degli adulti) trasmettendo la passione per le storie, il racconto, l’amore per la lettura.

Ed è forse questa la sua maggiore eredità. Al di là della sterminata bibliografia che ha lasciato nel panorama culturale e letterario italiano ed internazionale (ricordiamoci che Rodari, oltre a maestro elementare, fu anche un giornalista molto proficuo), ciò che più ha inciso è l’aver insegnato a generazioni intere il piacere di leggere. La scoperta di trovarsi davanti un libro per immergersi in ciò che di più formativo rappresenta per i ragazzi. Piantando nei cuori i germogli di un’attitudine che se ben indirizzata può solo sbocciare per generare a sua volta.

Memorabili furono le sue parole per la chiusura dell’Anno del bambino del 1979: «Sono molto impressionato e anche un po’ spaventato per la straordinaria occasione che mi viene data di parlare addirittura per i posteri. Non sono tanto presuntuoso da immaginare che essi, gli uomini di domani, possano conservare qualche ricordo di me. Conto già così poco in questo secolo, non mi illudo di contare qualcosa nel secolo per me venturo, in cui voi vivete. Fate conto che vi scrive un qualunque nonno, o bisnonno, un anonimo antenato, per dirvi molto semplicemente:

Cari amici, sono contento che il mondo continui dopo di me, dopo di noi, smentendo gli uomini, le classi, i popoli che oggi vivessero il loro tramonto e lo interpretassero non come un segnale della loro fine, ma un segnale della fine del mondo.

Giudicateci con indulgenza. Analizzate lealmente i nostri errori per cercare di non ripeterli. Servitevi di noi per essere migliori di noi, per costruire un mondo migliore del nostro, più pacifico, più giusto, più libero: un mondo che non abbia bisogno di indire un “anno del bambino” per ricordare a tutti che milioni di bambini muoiono di fame – nel quale ogni anno sia l’anno del bambino e ogni giorno di quell’anno, e ogni ora di quel giorno.

Ricordateci, se potete, con umano amore: siamo la terra che ha nutrito le vostre radici, innaffiate da tutte le lacrime del nostro tempo. siamo lo spessore che sostiene i vostri passi e l’aria che sostiene i vostri voli!

Questo è del resto ciò che penso davanti ad ogni bambino, vivente rappresentante dei posteri. E ad ogni bambino auguro di poter diventare ciò che spera, di realizzare completamente se stesso, aiutando ogni simile ad avere una vita piena e felice».

Morì prematuramente a 59 anni nel 1980 per un collasso cardiaco. Di lui disse, allora, un bambino di 9 anni, Massimiliano: «…La sua morte non ci deve scoraggiare; dobbiamo continuare a fare quello che lui stava facendo, cioè fare del mondo UNA FAVOLA DI PACE . E la pace si ottiene col piacere di essere amici».

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Cultura

Dentro. Bonvissuto

Fabiana Simonelli

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