Connect with us

Religioni

L’ora di religione non deve essere un ghetto

Daniele Sebastianelli

Pubblicato

il

“Insegnare religione nelle scuole significa trasmettere cultura a 360 gradi”

Intervista a Lucia D’Adamo, insegnante d’avanguardia nella scuola primaria italiana

Rilanciare un metodo multidisciplinare che valorizzi l’insegnamento della religione nel sistema scolastico italiano e le riconosca il fondamentale ruolo di collante culturale. È la missione di Lucia D’Adamo, insegnante della scuola primaria di Roma…

 

“Insegnare religione nelle scuole significa trasmettere cultura a 360 gradi”

Intervista a Lucia D’Adamo, insegnante d’avanguardia nella scuola primaria italiana

Rilanciare un metodo multidisciplinare che valorizzi l’insegnamento della religione nel sistema scolastico italiano e le riconosca il fondamentale ruolo di collante culturale. È la missione di Lucia D’Adamo, insegnante della scuola primaria di Roma, impegnata a far percepire l’insegnamento della religione “nella sua dimensione globale in grado di raccontare e trasmettere cultura a 360 gradi”.

Una visione innovativa che fa a pugni con il mainstream oggi dominante, che relega l’ora di religione a materia opzionale nel sistema scolastico, da sostituire, spesso e volentieri, con corsi alternativi ritenuti più “utili” dai genitori ma che, agli occhi dell’insegnante, non coglie l’importanza reale della materia. “La religione c’entra con tutto”, è il pensiero della docente, “non si tratta di fare catechismo nelle scuole, ma di far comprendere, ai genitori e spesso anche ai colleghi, la grande ricchezza che questo insegnamento può dare ai ragazzi anche in combinazione con altre materie”.

Per questo la maestra D’Adamo si prodiga da anni alla realizzazione di molteplici progetti che, come lei stessa afferma “aiutino i bambini a ragionare e avere uno sguardo aperto sul mondo per affrontare meglio le sfide del futuro”. Un approccio nuovo che merita di essere raccontato e approfondito attraverso le parole stesse dell’insegnante.

Maestra, ci racconti il suo metodo d’insegnamento.

Noi di nuova generazione abbiamo, effettivamente, un metodo, che deriva anche dalla formazione che oggi è richiesta agli insegnanti di religione. Lo stesso Vicariato di Roma investe molto sulla preparazione dei docenti e sul loro aggiornamento professionale. Questo presuppone un duro lavoro che a scuola dà frutto nella misura in cui riusciamo ad entrare in relazione con le altre materie. Per me un momento fondamentale è la programmazione. È attraverso quelle due ore di tempo insieme agli altri insegnanti che possiamo programmare le lezioni e proporre idee per includere anche la mia materia. Nel mio approccio la programmazione è fondamentale proprio nella logica di aprirsi alle altre materie. In quelle due ore si decide cosa fare e io mi inserisco, collaboro. Tante volte mi propongo. Ad esempio nella materia di storia. Se l’insegnante sta trattando i miti, e lo fa dal punto di vista dello stile letterario, allora io li affronto attraverso i miti della creazione, i miti della Bibbia. Facciamo insieme un libricino, oppure mettiamo in scena alcuni miti e li drammatizziamo dal punto di vista teatrale. Oppure nella lezione di musica. lì mi inserisco, ad esempio, con il canto gregoriano. È un lavoro immane.

In effetti sembra più un lavoro per ragazzi più grandi, non da scuole elementari.

Sì ma le elementari di oggi corrispondono più o meno alle medie di una volta. I ragazzi vanno stimolati già a questa età. Ad esempio prendiamo le scienze. Se l’insegnante parla di botanica, io mi inserisco con il tema dei giardini e parto dall’Eden . Cioè posso entrare su tutto. È questo il concetto. L’insegnante di italiano ha fatto un lavoro su Pinocchio? Io mi sono occupata della parte di interiorizzazione dei personaggi. Il Grillo parlante rappresenta la coscienza, poi la tentazione, il peccato. Ho collegato Pinocchio con la storia di Giona, ecc.

In fondo, se ho capito bene, il suo metodo consiste nel cercare di far capire ai bambini che la dimensione religiosa è parte integrante della dimensione umana e come tale interroga tutti gli aspetti della vita. Per questo si manifesta nell’arte, nella cultura, nelle tradizioni lungo il corso della storia. È così? Può approfondire il concetto?

Esattamente. Anche perché altrimenti queste sono cose che non gli dice nessuno. Serve per farli riflettere. Se il sapere non è collegato, quando arriveranno alla terza media e dovranno fare la famosa tesina, non saranno in grado di farla bene. È la cosiddetta settorialità del sapere, bisogna collegare le materie. Religione compresa. Cioè, in fondo, il mio metodo consiste nel far vedere che la religione non è una cosa che può essere relegata da una parte, ma c’entra sempre. L’ora di religione non deve essere un ghetto. Bisogna sempre avere in mente che l’insegnamento della religione a scuola non è dottrina, non è catechismo. È fondamentalmente cultura. I ragazzi, infatti, quando escono da scuola, dalle mie lezioni, capiscono che fare religione non equivale a credere, ma certamente hanno un panorama allargato di saperi e di vedute. Io nelle mie classi ho anche bambini non battezzati, altri evangelici, protestanti, valdesi, ortodossi. Molti genitori, molto francamente, mi dicono di non credere ma che vorrebbero lasciare il proprio figlio libero di farsi la propria idea. Io apprezzo molto questo atteggiamento ed è proprio lì che vedo i frutti.

Entriamo più nello specifico della sua modalità didattica. Ci racconti dei progetti che ha portato avanti ed in che modo.

Sì, il mio metodo d’insegnamento si basa molto su progetti da realizzare, ma non solo, anche su concorsi, riservati alle scuole, che per me diventano una sfida. Nell’anno dell’Expo a Milano, ad esempio, un’associazione laica aveva lanciato un concorso di cultura biblica sul tema del cibo nella bibbia, che prevedeva dei premi. Ho preparato con gli alunni un lavoro sull’arte, utilizzando il brano dei tre ospiti che vanno da Abramo alle querce di mamre e ho scelto dei dipinti di Chagall mettendo le facce dei miei alunni nei quadri. Si trattava in quel caso di due quarte classi. Li ho fatti vestire allestendo la scena del dipinto in giardino in modo da riprodurre visivamente il quadro. Poi lo abbiamo modificato ed integrato con software grafici unendo anche dipinti di Magritte. In questo modo abbiamo vinto il terzo premio. 500 euro di prodotti biologici di una cooperativa agricola. Hanno pagato il biglietto a tutta la classe con i genitori, abbiamo visitato i padiglioni dell’Expo, quindi è stato un momento culturale per tutti. Le mamme, poi, hanno venduto i prodotti a scuola e con il ricavato sono stati comprati materiali didattici, anche una stampante che serviva alla scuola.

Quest’anno, ad esempio, si trattava il tema del diritto del fanciullo ed ho partecipato con due quinte classi. Abbiamo realizzato un teatrino fatto con dei tubi, come fosse la prima forma arcaica di teatro dei cantastorie sulla storia di Malala Yousafzai, la giovane ragazza pakistana che ha lottato per il diritto all’istruzione. In questo caso abbiamo avuto una menzione speciale con premiazione a piazza Venezia. Ne ho fatto anche uno sulla Shoah con l’insegnante di italiano. Devo dire che è stato il lavoro più bello che abbiamo fatto. Si è trattato di un musical, ripreso in video, con bambini vestiti da Charlie Chaplin, inventando la storia di una bambina chiama Sara che perde i genitori mentre lei sola si salva dalla follia nazista. Il tutto sulle note di De Andrè.

Uso molto l’arte sacra come gancio per poi andare sul simbolo e il significato religioso. Ad esempio una volta ho fatto un progetto sulle vetrate. Siamo andati in gita a villa Torlonia per vedere stili diversi e in una chiesa. Abbiamo disegnato poi le vetrate che abbiamo visto. Il senso, fondamentalmente, era far comprendere al bambino che la vetrata si illumina solo se c’è il sole. Noi siamo delle vetrate e riflettiamo solo se c’è il nostro sole che è Cristo. I bambini stessi hanno dato il nome a questo progetto e l’hanno chiamato “La luce fu”. Quest’anno ad esempio farò la simbologia dei pavimenti, i Cosmati. L’anno scorso le catacombe di Santa Priscilla con un’agenzia che faceva la visita teatralizzata. Cioè mentre i bambini circolavano nei tunnel sotterranei, all’improvviso apparivano i personaggi. Ad esempio è uscita dalla tomba Priscilla in costume che interagiva con i bambini spiegando loro la storia delle persone interrate lì. Poi da questo abbiamo fatto tutto un lavoro di approfondimento sulla prima arte cristiana con la simbologia del pesce, la colomba, l’alfa e l’omega ecc.

Come le viene l’idea? Cosa la stimola e come riesce a portarla a termine?

Di solito mi viene durante l’estate, così invece di riposarmi vado alla ricerca di concorsi o progetti stimolanti. Di solito mi impegnano il primo trimestre di scuola anche se dipende da quanto interagiscono i bambini. Ho avuto classi con degli alunni che erano illustratori nati, altri dei letterati. Quando è così basta guidarli. Certamente per questi progetti interrompo la didattica ordinaria, altrimenti non sarebbe possibile. Occorre inoltre trovare anche una modalità di proporre temi, tipo quello sulla Shoah, in modo soft che siano adattati ai bambini. In quel caso particolare ho cercato di trattare l’argomenti dal punto di vista umano, educativo e culturale.

Diciamo che gli stimoli sono tanti. Ad esempio un nuovo progetto che ho in mente, e per il quale mi sto formando a Firenze, è insegnare loro filosofia, Philosophy for Children (P4C). Ancora non pratico questa disciplina ma mi piacerebbe partire dal fatto che i ragazzi oggi non hanno spirito critico e quindi occorre stimolarlo e aiutarli ad acquistarlo in maniera graduale e pedagogica. C’è un libro molto bello che si chiama La pedagogia della lumaca, che spiega molto bene come occorra andare più lenti per metabolizzare perché i bambini hanno un cervello multitasking ma che spesso non riesce ad assorbire tutte le informazioni. C’è tutta una tecnica da seguire. Ad esempio si mettono i bambini in cerchio e si propone un testo-stimolo che si legge tutti insieme e ognuno deve proporre delle domande sul testo. Si cercano le analogie, le somiglianze tra le domande, si selezionano e si cerca di discutere. Questo si fa addirittura dalla scuola d’infanzia, solo che si fa con i disegni perché a quell’età non sono ancora in grado di scrivere. L’insegnante in questo modello è solo un facilitatore che guida il processo e stimola le risposte. Con questo metodo, gli alunni capiscono che non c’è un punto di vista superiore agli altri ma tuti devono rispettare il punto di vista degli altri attraverso un dialogo socratico che permette di tirare fuori dal bambino ciò che pensa. In fondo si tratta della maieutica, di educare al pensiero.

Certamente la sua è una vera e propria missione educativa che le assorbirà tutte le energie.

Le dirò di più. Tutto questo, lo faccio in maniera extracurriculare, cioè al di fuori dell’orario di lavoro. Sempre a scuola, ma solo con i bambini che si iscrivono e vogliono rimanere anche dopo l’orario scolastico. Ultimamente sto realizzando il progetto di lettura creativa. Faccio gli albi illustrati. Cioè poco testo ma tutto correlato all’immagine sulla quale l’alunno deve ragionare per scrivere successivamente lui un testo, creare storie. Sempre sotto stimolo dell’insegnante, imparare a ragionare. A volte lo faccio con i dipinti, come la notte stellata di Van Gogh dove si vedono i vortici, le stelle e in fondo si vede un villaggio che funge da ispirazione e punto di partenza per una storia. Questo tipo di servizio lo fanno ad esempio anche nelle librerie ma è sempre comunque finalizzato all’acquisto dei libri, invece io investo proprio sulla conoscenza del bambino.

Ha un riscontro a posteriori sugli alunni che ha formato? riesce a capire se davvero ha seminato bene?

In realtà il riscontro ce l’ho subito perché vedo di anno in anno la crescita e la maturazione dei bambini. Vedo che fanno i collegamenti e i confronti con le lezioni precedenti o con cose che abbiano analizzato e di cui abbiamo parlato. Ho anche un collega alle scuole medie che, in effetti, mi dice che chi esce col mio metodo in fondo è più preparato.

La domanda nasce spontanea: chi glielo fa fare a dedicare così tanto tempo ad attività che sono addirittura fuori dall’orario scolastico?

Semplice, la mia è pura passione. Insegnare con i progetti deriva dalla mia indole creativa. In fondo credo sia un dono.

Continua la lettura
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Religioni

Da Papa Francesco 1200 dosi di vaccino per i più poveri ed emarginati

Nella settimana santa l’Elemosineria Apostolica distribuirà, attraverso l’Ospedale Spallanzani di Roma, migliaia di dosi di vaccino destinate alle persone più vulnerabili ed esposte al virus.

Daniele Sebastianelli

Pubblicato

il

1200 persone vulnerabili e ai margini della società saranno vaccinate durante la Settimana Santa per volontà di Papa Francesco. E’ l’impegno concreto preso dall’Elemosineria Apostolica per dare seguito ai numerosi appelli del pontefice sulla prossimità ai poveri e la necessità di non escludere chi è più esposto al pericolo di contagio.

A dare la notizia è una nota della stessa Elemosineria Apostolica specificando che la vaccinazione “avverrà nella struttura appositamente adibita all’interno dell’Aula Paolo VI in Vaticano, e sarà usato lo stesso vaccino somministrato al Pontefice e ai dipendenti della Santa Sede”. Si tratta del vaccino Pfizer-BioNTech che verrà gestito dai medici e gli operatori sanitari volontari che operano stabilmente nell’Ambulatorio Madre di Misericordia, che si trova sotto il colonnato del Bernini, insieme “ai dipendenti della Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano” oltre “ai volontari dell’Istituto di Medicina Solidale e dell’Ospedale Lazzaro Spallanzani”.

Dall’inizio della pandemia, da quando il vaccino è stato reso disponibile alla popolazione, Papa Francesco aveva più volte incoraggiato le persone a vaccinarsi “perché è un modo di esercitare la responsabilità verso il prossimo e il benessere collettivo, ribadendo con forza che tutti devono avere accesso al vaccino, senza che nessuno sia escluso a causa della povertà”, afferma la nota.

Già a gennaio scorso, d’altronde, lo stesso Francesco aveva voluto che la campagna vaccinale in Vaticano comprendesse anche la presenza di venticinque persone senza fissa dimora, che vivono abitualmente sotto il porticato del Bernini o nei dintorni del Vaticano e che vengono aiutati quotidianamente dalle attività caritatevoli dell’Elemosineria Apostolica.

Prima ancora, nel Messaggio per la Solennità del Natale del Signore 2020, il Pontefice aveva rivolto un appello ai responsabili degli Stati,  agli organismi internazionali al mondo imprenditoriale per trovare “una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta”.  “Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!” aveva affermato insistendo sulla collaborazione sociale e la non concorrenza “di fronte a una sfida che non conosce confini, non si possono erigere barriere” perché “siamo tutti sulla stessa barca”.

La stessa Elemosineria Apostolica, per aumentare la solidarietà e la partecipazione di chi desidera dare il proprio contributo,  rende nota la possibilità di poter contribuire economicamente alla vaccinazione dei più bisognosi tramite il “vaccino sospeso”, cioè una donazione on-line direttamente sul conto della carità del Santo Padre, attraverso la pagina web  www.elemosineria.va

Continua la lettura

Attualità

Francesco in Iraq per portare pace e speranza

“Il popolo iracheno ci aspetta”

Daniele Sebastianelli

Pubblicato

il

“Sono contento di riprendere i viaggi e questo è un viaggio emblematico e anche un dovere verso una terra martoriata da tanti anni”, così Papa Francesco ai giornalisti sul volo aereo per l’Iraq, spiega in una sola frase lo spirito che lo ha animato ad intraprendere questo storico viaggio nella terra di Abramo. Un viaggio a lungo atteso e sulla lista dei desideri anche di Giovanni Paolo II che avrebbe voluto recarvisi nel 2000, anno del Giubileo, ma che per diverse ragioni, sfumò. “Aspettava San Giovanni Paolo II, al quale è stato vietato di andare. Non si può deludere un popolo per la seconda volta” ha detto Francesco nell’udienza di mercoledì scorso, aggiungendo che “il popolo iracheno ci aspetta”.

L’Iraq è una terra ferita dalla violenza e dal terrorismo, dove la presenza cristiana è crollata vertiginosamente ed è sempre più minacciata dal radicalismo islamico che ha solide radici nel paese. Una terra dove anche la sicurezza lascia a desiderare e la presenza di Papa Francesco potrebbe facilmente trovare degli oppositori. Anche per questo è stato consigliato al Papa di non scendere dalla macchina per stare in mezzo alla gente, come ama fare spesso rompendo i rigidi protocolli nei viaggi apostolici. Questa volta è diverso. La papamobile, lasciata all’aeroporto di Bagdad, è stata sostituita con una berlina tedesca blindata dalla quale Francesco poteva solo salutare con la mano  la folla che lo acclamava ai bordi delle strade.

Papa Francesco ha ripetuto più volte di non aver paura. Ci ha abitato a viaggi in zone tutt’altro che sicure: Myanmar, Egitto, Uganda, Kenya, ecc. Si tratta di un viaggio in piena linea con il suo desiderio di realizzare una Chiesa in uscita verso le periferie geografiche ed esistenziali. E in questo suo desiderio, qui, nella terra di Abramo, c’è una ragione in più: I cristiani. La comunità cattolica, in particolare, piccola ma di origini antichissime, è stata letteralmente schiacciata e martirizzata nel corso degli ultimi anni causando un esodo dal paese senza precedenti. Basti pensare che prima del 2003 in Iraq abitavano circa un milione e mezzo di cristiani. Oggi nel paese ne sono rimasti circa 250 mila.

Francesco lo ha detto chiaramente, è venuto soprattutto per questo, come “dovere verso una terra martoriata da anni”.  Le guerre in successione, le crisi economiche e il terrorismo hanno inflitto durissimi colpi alla popolazione e la difficile e delicata convivenza è sfociata nello scontro del più forte contro il più debole. Il Papa, portatore di un messaggio di pace e riconciliazione, è l’unico leader mondiale in grado di far ripartire un dialogo interreligioso tra la componente sciita e sunnita del paese e insieme con loro verso la minoranza cristiana. La parola d’ordine è restituire speranza. Questo grave compito coinvolge anche i rapporti con il governo e le autorità civili.

Per questo è un viaggio storico. Non solo perché è la prima volta di un pontefice in quella terra, ma perché in ballo c’è la pace di tutta una regione che per troppo tempo è stata in balia di conflitti e della legge del più forte. In questo senso è significativo il motto della visita, “Siete tutti fratelli”, come è significativo che il Papa viaggerà da nord a sud del paese toccando non solo la capitale Bagdad, ma anche Ur (la città di Abramo ed antica capitale della civiltà sumera), Mosul (ex capitale dell’impero assiro ed ex roccaforte dell’Isis) e la piana di Ninive (logo molto importante nelle vicende bibliche), oltre alla città di Erbil, il rifugio sicuro per i cristiani che scappavano dalle milizie jihadiste.  

Settecento chilometri di viaggio in 4 giorni, dal 5 all’8 marzo, lungo un paese in cui attualmente anche la pandemia sembra essere fuori controllo. Al suo arrivo, venerdì 5 marzo, dopo l’incontro con le autorità nel Palazzo presidenziale, Francesco ha incontrato i vescovi, i religiosi e i sacerdoti nella Cattedrale Siro-Cattolica di “Nostra Signora della Salvezza” a Baghdad. La seconda tappa, sabato 6, sarà a Najaf con una visita di cortesia Al Grand Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani, poi Nassiriya dove ci sarà l’incontro interreligioso alla Piana di Ur e, nel pomeriggio, il ritorno a Bagdad per la messa nella Cattedrale Caldea di “San Giuseppe” .

Domenica Francesco sarà ad Erbil dove incontrerà le autorità civili e religiose e partirà in elicottero per Mosul dove, presso l’Hosh al-Bieaa (piazza delle Chiese), farà una  preghiera in suffragio delle vittime della guerra. E’ qui che sorgono le quattro chiese della comunità caldea dissacrate dalla stato islamico, trasformate in tribunali, uffici amministrativi  e anche prigioni. Francesco poi si recherà in elicottero a Qaraqosh dove visiterà la comunità di fedeli nella Cattedrale dell’“Immacolata Concezione”. La Cattedrale, durante l’occupazione delle milizie dell’Isis, nel 2014, venne trasformata in un poligono di tiro e fino al 2017 erano ancora visibili le sagome poste sulle macerie con i colpi inflitti dai miliziani. La comunità di Qaraqosh subì una devastazione totale. Quando fu liberata, dopo due anni, venne celebrata una messa su quelle stesse macerie. In quell’occasione il presidente di ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre), Alessandro Monteduro, disse che “si parla della ricostruzione, di chiese e di case, come della condizione per il ritorno dei cristiani nelle loro terre dopo l’esilio che era stato imposto dall’Isis. Ma se non daremo loro la possibilità di trattenersi, aiutandoli a creare nuovo lavoro, la ricostruzione non sarà mai completa”.

Francesco, poi, nel pomeriggio, tornerà a Erbil per la messa nello Stadio “Franso Hariri” e in serata tornerà a Bagdad.

Lunedì ripartirà per Roma, lasciando il seme della speranza e della pace nella terra di Abramo.

Continua la lettura

Religioni

Insegnanti di religione discriminati

Non tutti i precari sono uguali. La conferma arriva dall’approvazione dell’emendamento Toccafondi. Un provvedimento iniquo, discriminante e banale

Collaboratori occasionali

Pubblicato

il


di Orazio Ruscica, Segretario Nazionale SNADIR

Il 19 dicembre è stato approvato al Senato il DL 126/2019 (Decreto scuola sul reclutamento del personale scolastico), compreso l’emendamento Toccafondi, Art. 1-bis (Disposizioni urgenti in materia di reclutamento del personale docente di religione cattolica).

L’accoglimento da parte del Senato dell’art.1-bis conferma l’impegno delle istituzioni a bandire entro il 2020 un concorso ordinario per gli insegnanti precari di religione, previa specifica intesa con il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

L’emendamento in sintesi

L’emendamento Toccafondi (art.1-bis) al decreto Scuola è da considerarsi in conflitto con le finalità originarie del decreto. Tale disposizione, infatti, non contiene alcuna soluzione all’annosa questione  del  precariato, condizione profondamente iniqua nella  quale  sono  mantenuti da 15 anni  gli  insegnanti  di  religione (il primo ed unico concorso si è svolto nel 2004), in quanto riservare il 50% dei posti a coloro che hanno svolto 36 mesi di servizio  non risolve di certo il problema del precariato, ma solo lo aggira, ignorando consapevolmente che gli insegnanti di religione hanno alle spalle venti e più anni di servizio precario.

La norma in parola si evidenzia, pertanto, iniqua e discriminatoria oltre che inconducente ai fini della stabilizzazione e superflua, stante che sostanzialmente riproduce una normativa già contenuta nella legge n. 186/2003 che già prevede che i concorsi vengano banditi ogni tre anni.

Un provvedimento iniquo e discriminatorio

Un provvedimento che non ci stancheremo mai di definire iniquo, discriminatorio e banale. La responsabilità per sedici anni di ritardo dello Stato nel bandire un nuovo concorso per gli insegnanti di religione viene scaricata sulle loro stesse spalle. Ai precari che chiedono certezze sarà offerto un meccanismo concorsuale che, dopo sedici e più anni, invece di confermarli nel posto di lavoro potrà rimandarli a casa.

I docenti precari che insegnano religione sono insegnanti uguali ai docenti di altre discipline: non hanno bisogno di una quota riservata in un concorso ordinario, ma esigono un trattamento che si allinei ai meccanismi di assunzione in ruolo già adottati per tutto il personale precario abilitato della scuola, senza distinzioni e discriminazioni. Anche i precari insegnanti di religione hanno diritto di vedersi riconosciuta, come è avvenuto per le altre discipline, a una procedura di assunzione e stabilizzazione che tutte le sigle sindacali hanno indicato nel concorso straordinario con sola prova orale non selettiva e successiva graduatoria ad esaurimento.

In questa prospettiva, anche la scelta, certamente positiva in via di principio, di prorogare la graduatoria del 2004, si rivela, tuttavia, inadeguata perché tale graduatoria sarà attiva soltanto fino alla predisposizione delle nuove graduatorie del concorso ordinario e, pertanto, consentirà l’immissione in ruolo a poche decine di docenti.

Inoltre, un testo di legge che ribadisce una norma già contenuta in una disposizione di legge precedente, cioè che si debba svolgere un concorso ordinario (così come previsto dalla legge 186/2003), è banale. Affermare poi che il concorso debba svolgersi d’intesa con la Cei vuol dire andare oltre le determinazioni della revisione concordataria (legge 121/1985). Infatti in questo testo di livello internazionale non è previsto che la procedura di assunzione sia sottoposta ad un’intesa successiva: un testo quindi che fa indietreggiare lo Stato dalle sue esclusive prerogative.

Le battaglie dello Snadir

Fino alla fine lo Snadir ha lottato per la totale equiparazione dei meccanismi di assunzione in ruolo, senza distinzioni e discriminazioni, fornendo ai Parlamentari il quadro preciso degli insegnanti di religione precari e le possibili soluzioni per un giusto riconoscimento dei loro diritti.

In questi mesi abbiamo messo in atto numerose iniziative per sollecitare una risposta adeguata dalle Istituzioni e avviato un confronto su più livelli: dalle Camere al Governo, passando per tutte le parti in causa. Abbiamo incontrato i parlamentari, inviato lettere e comunicazioni a deputati e senatori, scritto al Presidente della Repubblica, cercato un confronto con la Cei, coinvolto in pochissimi giorni centinaia di insegnanti per manifestare insieme davanti al Senato.

Volevamo essere coautori di un cambiamento. Volevamo che il mondo della scuola cambiasse per favorire il successo scolastico dei nostri studenti e per valorizzare il lavoro dei docenti. Volevamo che la Politica recuperasse il suo impegno primario nell’assicurare a ogni uomo la possibilità di una serenità lavorativa. Volevamo più di tutto restituire dignità e merito a una categoria di docenti qualificati e di grande esperienza che da anni aspetta una doverosa risposta dalle istituzioni.

Abbiamo unito le forze anche re-immaginando il lavoro sindacale, ampliando la rappresentanza, ripensandone le forme, le pratiche e le modalità, lavorando insieme per contribuire a realizzare un mondo lavorativo migliore.

Purtroppo la Politica non ha voluto ascoltare le legittime richieste dei docenti precari di religione. Per anni si è cercato di aggirare il problema del precariato di religione con interventi superficiali e non risolutivi, fino a quest’ultimo vergognoso e inaccettabile art.1-bis approvato definitivamente oggi. Tale ingiustizia ha trovato la sua giustificazione tra i paladini della “cultura dello scarto”.

Di fronte a tale ingiustizia, lo Snadir proporrà iniziative per la tutela dei precari, sia presso i tribunali interni che presso le corti europee per la tutela del principio di uguaglianza e non discriminazione tutelati dalla nostra carta costituzionale, dalla carta di Nizza e dalla clausola 4 della direttiva 1999/70.

Continua la lettura
Advertisement

Facebook

Tweets

Siti partner

I più letti