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Cultura

Semplicemente: “Dentro”

Libro esordio di Sandro Bonvissuto. Essenziale, illuminante, radicato nella vita. Ora disponibile anche nella versione audiolibro

Mario Russo

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Ci sono libri che quando li chiudi continuano a parlarti. Libri che mentre li leggi ti danno l’impressione di sfogliare le pagine che hai “dentro”.

È quello che accade con il testo di Sandro Bonvissuto che s’intitola, appunto, “Dentro”.

Edito da Einaudi nel 2012. Proposto come lettura in molte scuole si è meritato un posto di rilievo tra i migliori libri degli ultimi anni. Un testo assolutamente attuale e ancora apprezzato tanto che Einaudi lo ripropone nella versione audiolibro.

“Dentro”, un titolo ambivalente, addirittura ambiguo, come lo definisce lo stesso autore che abbiamo incontrato nelle fasi di registrazione dell’audiolibro (guarda la video-intervista). Sicuramente una scelta editoriale azzeccata. Se è vero, infatti, che il riferimento principale del titolo del libro è al primo episodio in cui il protagonista viene portato “Dentro” un penitenziario, è altrettanto vero che il “Dentro” dei tre episodi proposti fa riferimento all’interiorità.

Il testo, come si legge nella quarta di copertina, si propone come un viaggio nell’esistenza di un uomo raccontata a ritroso, dall’età adulta all’infanzia: l’esperienza del carcere, la nascita casuale di una grande amicizia, il giorno in cui, imparando ad andare in bicicletta, scopre all’improvviso com’è fatto suo padre”. Momenti capitali della sua vita raccontati nei tre episodi che compongono il libro.

Fin dalle prime pagine è come se l’autore ti prendesse per mano e ti portasse con sé. È come se su quell’auto che sfreccia nella notte verso quel “Dentro” ci fossi anche tu.

Una scrittura semplice, lineare. Un linguaggio spontaneo, quasi istintivo. Brevi ma forti pennellate che trasmettono “idee” lasciando al lettore lo spazio per riempirle di senso.

Salito su quell’auto non conosci il nome del protagonista che ti accompagna, né verso quale penitenziario si va; tanto meno per quale reato, commesso o non commesso. Ma sono proprio questi gli ingredienti che fanno di questa storia la storia di chiunque.

È come provare in prima persona le esperienze del protagonista. Sei lì a percepirne la tensione, a guardare le crepe del soffitto, a convivere con la puzza di fogna e il sudiciume per terra, a stendere il bucato alla luce della luna, a farti ossessionare dal tintinnio delle chiavi dei secondini…miraggio assordante della tua libertà perduta. L’autore non ti racconta semplicemente il carcere, non te lo descrive: ti ci chiude “Dentro”. È come vivere, per un momento, in quel luogo dove il tempo sembra essersi fermato. È come subire sulla tua pelle la vera punizione inflitta ai detenuti: l’infinito tempo e il niente spazio.

Il tempo è la pena di che è in carcere. «Fuori magari. C’era poco tempo ma tanto spazio. Lì invece (“Dentro”) era il contrario. C’era tanto tempo ma poco spazio».

È sorprendente come dal punto di vista del “Dentro” le cose assumono un significato diverso come il muro, ad esempio, che diventa «il più spaventoso strumento di violenza esistente». Il muro – si legge – «non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto […] non è fatto per agire sul tuo corpo: se non lo tocchi tu, lui non ti tocca. Perché il muro è concepito per agire sulla coscienza. Non è una cosa che fa male è un’idea che fa male. Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti».

Il titolo di questo episodio, secondo qualcuno, avrebbe dovuto essere proprio “Dentro”. Ma sarebbe stato un grandissimo errore, il libro ne avrebbe perso in unitarietà. Confermo, quindi, l’ottima scelta editoriale. L’episodio s’intitola, invece, “Il giardino delle arance amare”. Titolo legato alla riflessione dell’autore sul senso del carcere.

«Nel giardino davanti a casa mia c’è un albero di arance amare. Mi ero sempre chiesto a cosa servissero, perché non sono buone da mangiare. Qualcuno ci fa la marmellata, ma quella di ciliegie o di albicocche è sicuramente più buona. Queste arance stanno lì sull’albero, poi cadono per terra. Non servono a niente. Eppure esistono». 

Giardino delle arance amare che ritorna alla mente dell’autore proprio mentre lascia il penitenziario.

Il secondo episodio, “Il mio compagno di banco”, ci porta nel periodo dell’adolescenza; sui banchi di scuola, appunto. Il filo conduttore è l’amicizia tra due adolescenti che il “caso” fa sedere nello stesso banco, chissà perché fatto per due, il primo giorno di scuola.

«Ecco dunque chi era a decidere con chi avrei spartito il posto: il caso».

Anche in questo episodio, fatti, situazioni, cose, disegnati a piccoli tratti, colorati con brevi pennellate sono gli elementi che ti portano “Dentro”.

E allora ecco la tua scuola, il tuo compagno, la tua compagna, le tue ansie, l’odore dei libri.

«Fu lui a chiedermi se dovessimo davvero andarcene anche noi ognuno per conto proprio oppure tornare a casa insieme. Per strada ci trovammo a camminare vicini e paralleli, come fossimo ancora seduti in classe».

«Potevamo scollare uno a uno i fascicoli delle pagine e poi spartirceli in modo che il libro sarebbe stato completo solo quando eravamo insieme. Andò proprio così».

«Il nostro posto era l’ultimo della fila centrale. E non cambiò mai, perché era una città stato, e gli stati non si spostano».

Ancora una volta Bonvissuto ti prende per mano e riecco quei giorni in cui tutto sembrava “per sempre” eppure, inesorabilmente, ci si è persi.

«Oggi lo aspetto in questa piccola stazione ferroviaria […] Non tarderà. Non può resistere all’idea che io stia seduto qui senza di lui».

Ed eccoci, in questo viaggio a ritroso, al terzo episodio, all’infanzia dove, secondo alcune teorie, tutto comincia o tutto ritorna. Ansie, paure, scoperte, conquiste. Cose che bisogna provare, prove che bisogna affrontare, per “crescere”.

«Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta – titolo dell’episodio – c’era ovunque una luce accecante. Il cielo era di un colore che non ho mai più visto; era molto più alto di adesso, ti accarezzava appena».   

Tutto si svolge in una calda giornata d’estate eppure, tra detto e non detto, tra raccontato e sottinteso, quello che ci si apre è l’infanzia intera. È come se il tempo si dilatasse, quasi sparisse. Ancora una volta il protagonista è chiunque; il tempo e lo spazio qualunque. Qui, a mio avviso, in alcuni punti le pennellate diventano quasi spatolate, capaci di graffiare.

«Quella mattina, però, c’era un gran silenzio. […] Mi sembrava impossibile che non mi avessero aspettato. Poi, qualcuno dei grandi mi fece segno che gli altri se n’erano effettivamente già andati. Mi misi a correre. Era troppo assurdo che se ne fossero andati senza di me. Li raggiunsi. Spingevano le loro biciclette sulla sabbia, verso la strada».

[…]

– Va bene allora vengo anch’io, – dissi al mio amico.

[…]

 – No, – rispose.

– Perché?

– Primo perché siamo in troppi, e secondo perché non sai andare in bicicletta.

«Non erano in troppi. Erano in due». La prima era una scusa.

«Invece il fatto che non sapessi andare in bicicletta mi parve subito una cosa dolorosamente vera».

[…]

«I miei due amici spinsero le biciclette sulla sabbia fino alla strada di terra battuta. La imboccarono e se ne andarono così, senza che nessuno di noi dicesse altro».

Ora è solo e non c’è soluzione. Non è all’altezza della situazione. “Se il tutto è ricomposto nello scenario del bambino in quel momento – afferma Bonvissuto nel nostro incontro a proposito di questo episodio – lo vediamo precipitare in maniera paurosamente triste in una botola esistenziale”.

«Essere lasciato solo da due persone è peggio che essere abbandonato da centomila; una moltitudine che ti scansa fa già di te forse un profeta, mentre due persone che se ne vanno lasciandoti solo ti riducono in un istante al più miserabile degli umani».

Che sia la bicicletta o qualunque altra cosa, qualunque altra circostanza, in quante botole siamo caduti per crescere? Senza accorgertene ti ritrovi a scoperchiarle una per una: quella in cui eri solo, quella in cui ti sei sentito tradito, quella in cui ti sei sentito incapace…

– Che hai? – chiese il mio amico.

– Niente… – risposi.

«Non era vero. Eppure nessuno, me compreso, pareva rendersi conto di quanto mi stesse accadendo.

– Guarda che non è colpa nostra se non sei potuto venire.

– Ci potevamo andare a piedi.

– In bici è meglio. Non è colpa nostra se tu non ci sai andare, – ribatté l’altro.

«Era vero; non era colpa loro. Però in un certo senso non era nemmeno colpa mia. Non avevo mai scelto di non saperlo fare. Non c’era mai stato un giorno nel quale mi avessero offerto la possibilità di cambiare quello stato di cose e io non avessi acconsentito. Tutti avevano ragione, me compreso».

– E ora che faccio? – pensai ad alta voce.

– Puoi sempre imparare… – disse la bambina.

È il momento della scelta: “si può fare”! Posso anch’IO! Ma come? E affidandosi a chi?

 – Papà… – gli chiesi.

– Dimmi.

– Devi insegnarmi ad andare in bicicletta. Adesso, – e lo guardai fisso negli occhi.

«All’improvviso ascoltavo le mie parole. Ed erano parole che desideravo dire da tanto tempo, che forse custodivo da qualche parte».

«Mi strizzò l’occhio, facendo un cenno con la testa come a dire: «Andiamo».

È il momento della svolta, il momento di crescere che diventa anche l’occasione per scoprire, all’improvviso, com’è fatto suo padre.

– Ma papà…

– Non devi aver paura, non è la morte l’avversario della vita, ma il tempo. Ricordatelo.

– Va bene. Dimmi solo che devo fare.

– Non lo so figliolo, nessuno lo sa.

– Pensi che ce la farò?

– Diciamo che è probabile, ma non è sicuro.

– Mi aiuterai?

– Non posso, la solitudine è una condizione indispensabile.

– E che farai?

– Sarò qui e sarò testimone dell’incredibile.

Dalla frustrazione alla sfida, dalla sfida alla paura, dalla paura alla libertà.

«Il mondo mi veniva incontro a una velocità che non avevo mai conosciuto. […] Stavo entrando in qualcosa che mi accoglieva. Le cose che avevo visto solo allineate davanti a me ora scorrevano alla mia destra o alla mia sinistra. Si sfrangiavano in presenze laterali. E poi sparivano alle mie spalle».

Ce l’ho fatta! IO ce l’ho fatta! Sono “cresciuto”. Nella vita di ognuno spesso basta una sola piccola grande conquista per cancellare l’amarezza di tante sconfitte.

In fondo è un episodio qualunque, dicevamo, che si svolge in un luogo qualunque, che coinvolge un bambino qualunque ma capace, nei suoi chiaro-scuri, di graffiarti, di arrivarti “Dentro”. Tanto “Dentro” da sembrare, sotto sotto, di essere cresciuto un pochino anche tu.

«Non è vero che si cresce lentamente e armoniosamente, si cresce tutto insieme. In un giorno. In un’ora. Questa è la storia. Infine imparai dunque ad andare in bicicletta. È stato mio padre a insegnarmi. Era d’estate, e non avrebbe potuto essere altrimenti».

È con queste parole che si chiudono episodio e libro.

“L’esistenza di un uomo raccontata a ritroso, dall’età adulta all’infanzia, attraverso tre momenti capitali della sua vita” – dicevamo all’inizio citando la quarta di copertina. Ma “Dentro”, a mio avviso, è molto di più: è la storia di quella identità forse raggiunta, ma mai del tutto definita. L’odissea di quella identità che spesso abbiamo la sensazione di smarrire fagocitati dal fare, dal tempo che ci sfugge, che scorre inesorabile, che “Dentro”, invece, assume la forma originaria dell’alternarsi del giorno e della notte:

«Le ore erano un’unità di misura che non aveva senso lì. Come anche i minuti, le settimane, i mesi, o gli anni. Lì dentro contavano solo i giorni. Dovrebbe essere così ovunque pensai. L’unica misura valida del tempo dovrebbero essere i giorni, appunto. Tutti gli altri parametri dovrebbero essere considerati quelli che sono: convenzioni sociali. Invenzioni. Gli esiti deliranti del perenne tentativo dell’uomo di dominare in qualche modo la più grande ossessione: il tempo. I giorni invece esistono davvero. Dovrebbero essere l’unico modo giusto di misurare la vita».

“Dentro” è il dramma di quell’identità che spesso abbiamo la sensazione ci venga rubata:

«Mi presero le impronte delle dita. E ora stavano su un foglio, sopra il tavolo, proprio davanti a me; sembravano un segreto svelato, una cosa che, fino a poco prima, era intima e privata, e che invece d’ora in avanti tutti avrebbero potuto vedere. Senza dovermi chiedere niente. Le guardavo. Era come se mi avessero tolto qualcosa di mio per sempre, come se quelle impronte me le stessero rubando».

Quell’identità che continuamente oscilla tra il NOI, fatto di amori, affetti, amicizie e l’IO che si impone quando si sente minacciato, quando è il momento di accettare una sfida o quando intravede un NOI che sembra ancora più grande: l’amore.

«Aveva detto «noi». E mi sembrò fosse la prima volta che risuonasse quel pronome nell’aria, riferito anche a me»

«Al mattino sapevo già che da quel giorno non avrei dovuto fare delle cose, ma che avremmo dovuto fare delle cose, e questo perché pensare per due era già diventato l’unico modo di pensare». 

«Era difficile essere la metà esatta di quel NOI, succedeva solo in due, e quel NOI era il doppio del massimo a cui potesse ambire un IO. E adesso dovevamo solo stare attenti che non ci separassero. Perché avrebbero potuto farlo. Lo sapevamo».

«[…] c’era una ragazza seduta a cantare. Rimasi colpito, forse dalla canzone o da lei, o da tutte e due le cose. Poi mi girai a cercarlo, ma lui non c’era più. […] Mi disse che c’era rimasto male. […] La diarchia finì in quel momento. […] Dev’essere proprio previsto; le donne sono l’unica cosa che non è tanto facile condividere. E lei era l’unica cosa più grande di NOI».

“Dentro è la storia di quell’IO che solo se c’è può considerare e dare vita all’ALTRO.

– Ma devo fare come fanno gli altri? 

– No. Cadresti.

– E cosa devo fare?

– È una dinamica unica ciò attraverso cui ti definisci e ti conosci. È la tua identità.

– Che identità?

– Ciò che ti rende uguale a te stesso e diverso dagli altri.

 Di quell’IO che, a volte, solo davanti a un “muro” riusciamo a ritrovare.

«C’era un uomo lì dentro che tutti i giorni, allora d’aria, usciva con gli altri in cortile, lo attraversava interamente e arrivava, camminando a passi lenti, fin sotto il muro di cinta, ma talmente sotto che riusciva a toccarlo col naso. Per guardarlo così da vicino da non vederlo più. Una volta l’ho fatto anch’io. Ero arrivato talmente sotto il muro da perdere la visione laterale degli occhi. Talmente sotto il muro da vederne solo il colore».

 Sparisce il “muro” e appare il tuo “Dentro”. Il prezzo da pagare per ritrovare la tua identità, per riaffermare il tuo IO. Il prezzo da pagare per riprenderti la tua libertà.


Titolo: Dentro
Autore: Sandro Bonvissuto
Pagine: 184
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806208448
Prezzo di copertina: 17,50
Versione: audiolibro
Letto da: Sandro Bonvissuto
Durata: 5 ore e 34 min
Data di pubblicazione: 17.4.2019
Lingua: Italiano

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Cultura

Grazie Gianni, buon compleanno! Un abbraccio da tutti i bambini del mondo!

I 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari: La storia celebra il genio della letteratura per l’infanzia.

Daniele Sebastianelli

Pubblicato

il

(dedicato a Giorgio Diamanti, profondo conoscitore di Rodari e suo amico)

Ricorre quest’anno il centesimo anniversario della nascita di Gianni Rodari, indiscusso genio italiano della letteratura per l’infanzia. Nato il 23 ottobre 1920 sul lago d’Orta, in Piemonte, ha segnato il secolo scorso e continua, inesorabilmente, e lasciare la sua impronta ancora oggi nel mondo della letteratura per ragazzi e soprattutto nell’educazione alla lettura che con lui ha trovato un canale privilegiato e sicuro.

Prima maestro elementare, poi scrittore, ha cresciuto e saziato generazioni di ragazzi investendo su ciò che è loro più congeniale: la fantasia. Una creatività che lo ha spinto non solo a scrivere innumerevoli libri ma, si può dire, ad impostare un metodo capace di affascinare l’animo dei più giovani ( e degli adulti) trasmettendo la passione per le storie, il racconto, l’amore per la lettura.

Ed è forse questa la sua maggiore eredità. Al di là della sterminata bibliografia che ha lasciato nel panorama culturale e letterario italiano ed internazionale (ricordiamoci che Rodari, oltre a maestro elementare, fu anche un giornalista molto proficuo), ciò che più ha inciso è l’aver insegnato a generazioni intere il piacere di leggere. La scoperta di trovarsi davanti un libro per immergersi in ciò che di più formativo rappresenta per i ragazzi. Piantando nei cuori i germogli di un’attitudine che se ben indirizzata può solo sbocciare per generare a sua volta.

Memorabili furono le sue parole per la chiusura dell’Anno del bambino del 1979: «Sono molto impressionato e anche un po’ spaventato per la straordinaria occasione che mi viene data di parlare addirittura per i posteri. Non sono tanto presuntuoso da immaginare che essi, gli uomini di domani, possano conservare qualche ricordo di me. Conto già così poco in questo secolo, non mi illudo di contare qualcosa nel secolo per me venturo, in cui voi vivete. Fate conto che vi scrive un qualunque nonno, o bisnonno, un anonimo antenato, per dirvi molto semplicemente:

Cari amici, sono contento che il mondo continui dopo di me, dopo di noi, smentendo gli uomini, le classi, i popoli che oggi vivessero il loro tramonto e lo interpretassero non come un segnale della loro fine, ma un segnale della fine del mondo.

Giudicateci con indulgenza. Analizzate lealmente i nostri errori per cercare di non ripeterli. Servitevi di noi per essere migliori di noi, per costruire un mondo migliore del nostro, più pacifico, più giusto, più libero: un mondo che non abbia bisogno di indire un “anno del bambino” per ricordare a tutti che milioni di bambini muoiono di fame – nel quale ogni anno sia l’anno del bambino e ogni giorno di quell’anno, e ogni ora di quel giorno.

Ricordateci, se potete, con umano amore: siamo la terra che ha nutrito le vostre radici, innaffiate da tutte le lacrime del nostro tempo. siamo lo spessore che sostiene i vostri passi e l’aria che sostiene i vostri voli!

Questo è del resto ciò che penso davanti ad ogni bambino, vivente rappresentante dei posteri. E ad ogni bambino auguro di poter diventare ciò che spera, di realizzare completamente se stesso, aiutando ogni simile ad avere una vita piena e felice».

Morì prematuramente a 59 anni nel 1980 per un collasso cardiaco. Di lui disse, allora, un bambino di 9 anni, Massimiliano: «…La sua morte non ci deve scoraggiare; dobbiamo continuare a fare quello che lui stava facendo, cioè fare del mondo UNA FAVOLA DI PACE . E la pace si ottiene col piacere di essere amici».

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Grande successo per la sfilata IRIS Milan, Fashion Week al 55 Milano

Post Covid nel segno della moda
da rilanciare con la comunicazione globale

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Un grande successo e un premio alla carriera per la organizzatrice e mente di tutto, Irina Tirdea. E quello che è successo nella serata di mercoledì 23 durante la sfilata di moda IRIS Milan Fashion Week A/I 2020, presso il locale 55 Milano “Una risposta di rilancio in questo momento difficile per tutti, questo post covid che poi tanto ‘post’ non è” spiega la stessa Tirdea, che ha voluto presentare questa serata dove è stato possibile trovare una mostra d’arte e musica live.

Secondo logiche di comunicazione complessiva, non poteva mancare la cucina con degustazioni di Vino Open Wine, e il tutto con shooting nel segno dell’eleganza e le interviste ai partecipanti. Motore e cuore pulsante di tutto ciò, l’entusiasmo professionale proprio di Irina Tirdea, leader di questa che si presenta come una strategica iniziativa di comunicazione e promozione culturale, oltre che di marketing editoriale per il settore moda: “Il nostro progetto – ha spiegato la stessa Tirdea – è trasformare di fatto il marketing in comunicazione pura e evento culturale, anche con un canale Tv, in perfetto assetto giornalistico, dedicato a questo, e anche con un’Accademia dello Stile, oltre che con numerosi spazi social e internettiani, dove dare appunto lezioni di stile nel segno della grande moda italiana da rilanciare”.

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Fabiana Simonelli

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