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Attualità

Francesco in Iraq per portare pace e speranza

“Il popolo iracheno ci aspetta”

Daniele Sebastianelli

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“Sono contento di riprendere i viaggi e questo è un viaggio emblematico e anche un dovere verso una terra martoriata da tanti anni”, così Papa Francesco ai giornalisti sul volo aereo per l’Iraq, spiega in una sola frase lo spirito che lo ha animato ad intraprendere questo storico viaggio nella terra di Abramo. Un viaggio a lungo atteso e sulla lista dei desideri anche di Giovanni Paolo II che avrebbe voluto recarvisi nel 2000, anno del Giubileo, ma che per diverse ragioni, sfumò. “Aspettava San Giovanni Paolo II, al quale è stato vietato di andare. Non si può deludere un popolo per la seconda volta” ha detto Francesco nell’udienza di mercoledì scorso, aggiungendo che “il popolo iracheno ci aspetta”.

L’Iraq è una terra ferita dalla violenza e dal terrorismo, dove la presenza cristiana è crollata vertiginosamente ed è sempre più minacciata dal radicalismo islamico che ha solide radici nel paese. Una terra dove anche la sicurezza lascia a desiderare e la presenza di Papa Francesco potrebbe facilmente trovare degli oppositori. Anche per questo è stato consigliato al Papa di non scendere dalla macchina per stare in mezzo alla gente, come ama fare spesso rompendo i rigidi protocolli nei viaggi apostolici. Questa volta è diverso. La papamobile, lasciata all’aeroporto di Bagdad, è stata sostituita con una berlina tedesca blindata dalla quale Francesco poteva solo salutare con la mano  la folla che lo acclamava ai bordi delle strade.

Papa Francesco ha ripetuto più volte di non aver paura. Ci ha abitato a viaggi in zone tutt’altro che sicure: Myanmar, Egitto, Uganda, Kenya, ecc. Si tratta di un viaggio in piena linea con il suo desiderio di realizzare una Chiesa in uscita verso le periferie geografiche ed esistenziali. E in questo suo desiderio, qui, nella terra di Abramo, c’è una ragione in più: I cristiani. La comunità cattolica, in particolare, piccola ma di origini antichissime, è stata letteralmente schiacciata e martirizzata nel corso degli ultimi anni causando un esodo dal paese senza precedenti. Basti pensare che prima del 2003 in Iraq abitavano circa un milione e mezzo di cristiani. Oggi nel paese ne sono rimasti circa 250 mila.

Francesco lo ha detto chiaramente, è venuto soprattutto per questo, come “dovere verso una terra martoriata da anni”.  Le guerre in successione, le crisi economiche e il terrorismo hanno inflitto durissimi colpi alla popolazione e la difficile e delicata convivenza è sfociata nello scontro del più forte contro il più debole. Il Papa, portatore di un messaggio di pace e riconciliazione, è l’unico leader mondiale in grado di far ripartire un dialogo interreligioso tra la componente sciita e sunnita del paese e insieme con loro verso la minoranza cristiana. La parola d’ordine è restituire speranza. Questo grave compito coinvolge anche i rapporti con il governo e le autorità civili.

Per questo è un viaggio storico. Non solo perché è la prima volta di un pontefice in quella terra, ma perché in ballo c’è la pace di tutta una regione che per troppo tempo è stata in balia di conflitti e della legge del più forte. In questo senso è significativo il motto della visita, “Siete tutti fratelli”, come è significativo che il Papa viaggerà da nord a sud del paese toccando non solo la capitale Bagdad, ma anche Ur (la città di Abramo ed antica capitale della civiltà sumera), Mosul (ex capitale dell’impero assiro ed ex roccaforte dell’Isis) e la piana di Ninive (logo molto importante nelle vicende bibliche), oltre alla città di Erbil, il rifugio sicuro per i cristiani che scappavano dalle milizie jihadiste.  

Settecento chilometri di viaggio in 4 giorni, dal 5 all’8 marzo, lungo un paese in cui attualmente anche la pandemia sembra essere fuori controllo. Al suo arrivo, venerdì 5 marzo, dopo l’incontro con le autorità nel Palazzo presidenziale, Francesco ha incontrato i vescovi, i religiosi e i sacerdoti nella Cattedrale Siro-Cattolica di “Nostra Signora della Salvezza” a Baghdad. La seconda tappa, sabato 6, sarà a Najaf con una visita di cortesia Al Grand Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani, poi Nassiriya dove ci sarà l’incontro interreligioso alla Piana di Ur e, nel pomeriggio, il ritorno a Bagdad per la messa nella Cattedrale Caldea di “San Giuseppe” .

Domenica Francesco sarà ad Erbil dove incontrerà le autorità civili e religiose e partirà in elicottero per Mosul dove, presso l’Hosh al-Bieaa (piazza delle Chiese), farà una  preghiera in suffragio delle vittime della guerra. E’ qui che sorgono le quattro chiese della comunità caldea dissacrate dalla stato islamico, trasformate in tribunali, uffici amministrativi  e anche prigioni. Francesco poi si recherà in elicottero a Qaraqosh dove visiterà la comunità di fedeli nella Cattedrale dell’“Immacolata Concezione”. La Cattedrale, durante l’occupazione delle milizie dell’Isis, nel 2014, venne trasformata in un poligono di tiro e fino al 2017 erano ancora visibili le sagome poste sulle macerie con i colpi inflitti dai miliziani. La comunità di Qaraqosh subì una devastazione totale. Quando fu liberata, dopo due anni, venne celebrata una messa su quelle stesse macerie. In quell’occasione il presidente di ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre), Alessandro Monteduro, disse che “si parla della ricostruzione, di chiese e di case, come della condizione per il ritorno dei cristiani nelle loro terre dopo l’esilio che era stato imposto dall’Isis. Ma se non daremo loro la possibilità di trattenersi, aiutandoli a creare nuovo lavoro, la ricostruzione non sarà mai completa”.

Francesco, poi, nel pomeriggio, tornerà a Erbil per la messa nello Stadio “Franso Hariri” e in serata tornerà a Bagdad.

Lunedì ripartirà per Roma, lasciando il seme della speranza e della pace nella terra di Abramo.

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Attualità

La Croce Rossa apre un nuovo centro di accoglienza per l’emergenza freddo

Uno dei padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà apre le sue porte per accogliere i disagiati del municipio XIV di Roma.

Marco Matteoli

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In vista dell’emergenza freddo, in una Roma piegata dalla pandemia e dalle già cospicue emergenze sociali, alle ore 18:00 del 31 dicembre 2021 uno dei padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico Santa Maria della pietà è stato aperto per una accoglienza straordinaria dei senza dimora del territorio del municipio XIV.

A gestirlo sono i volontari della Croce Rossa del comitato locale dei municipi 13 e 14, un servizio, che dalla notte del 31 dicembre 2021, si protrarrà fino al 31 marzo 2022. I volontari garantiranno a quindici e più assistiti un rifugio caldo, un letto per dormire, la cena, la colazione del giorno dopo, i servizi igienici essenziali ed un apporto sanitario per gestire eventuali urgenze. Gli assistiti non vaccinati verranno inoltre sottoposti a vaccinazione contro il virus del SARS CoV-2 dai sanitari dell’USCAR presenti nel comprensorio. Un progetto organizzato in tandem con il servizio sociale del municipio XIV, che si pone come obiettivo quello offrire un riparo sicuro ai senza dimora del territorio limitrofo a S.Maria della Pietà.

“Per noi volontari questo servizio significa fare quello per cui siamo preparati e siamo votati”- con queste parole, Felice Pistoia, il presidente CRI del comitato 13-14, descrive il lavoro dei volontari nell’organizzare e gestire gli assistiti per tutta la durata dell’emergenza. Un progetto che ha ricevuto anche l’apprezzamento del presidente del municipio XIV, Marco Della Porta, che nella sera del 31 dicembre ha presenziato alla accoglienza dei primi utenti della struttura. I volontari della Croce Rossa, sin dall’inizio della pandemia si sono prodigati per offrire assistenza costante, solo nei municipi 13 e 14, a circa 500 famiglie disagiate e a quasi 200 senza dimora, una realtà su Roma esacerbata dall’emergenza CoViD-19, soprattutto nelle zone periferiche, quelle a più alto indice di indigenza, e quelle che più delle altre necessitano della vicinanza delle istituzioni.

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Attualità

Premio giornalistico Giuseppe De Carli 2021

I vincitori della sesta edizione premiati nel corso di una cerimonia presso la Pontificia Università della Santa Croce.

Mario Russo

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Roma, 16 dicembre 2021 – Laura Galimberti (RomaSette.it), Stefano Leszczynski (Radio Vaticana), Giammarco Sicuro (Tg2 Rai) e Sara Lucaroni (Avvenire) sono i vincitori della sesta edizione del Premio giornalistico “Giuseppe De Carli”, promosso dall’Associazione culturale “Giuseppe De Carli” con la collaborazione dei Comitati “Informazione, migranti e rifugiati” e “Giornalismo e tradizioni religiose” e della Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce.

La cerimonia sobria, ma intensa e ricca di contenuti si apre con i saluti istituzionali del prof. Daniele Arasa (decano della Facoltà di comunicazione) che ha sottolineato la necessità di una formazione approfondita e costante come base di un giornalismo serio e consapevole. “Il giornalismo non è morto” – afferma il prof. Giovanni Tridente (vice presidente dell’Associazione De Carli) nel suo saluto di benvenuto rivolto ai presenti – “ma occorre dar voce e forza a un’informazione responsabile basata sulla coerenza e il rispetto. È la ‘professionalità’ che tiene vivo il giornalismo”. La cerimonia della consegna dei premi è stata introdotta da una tavola rotonda su un tema di particolare attualità: “Dalla pandemia al cammino sinodale per una Chiesa dell’ascolto”. Ne hanno discusso sr. Nathalie Becquart, sottosegretaria del Sinodo dei Vescovi, Andrea Gagliarducci, vaticanista di EWTN/Aci Group e Jaime Cárdenas, docente della Facoltà di Comunicazione della Santa Croce. A moderare i tre relatori, Alessandra Ferraro, caporedattore Rai e da sempre a fianco dell’Associazione “Giuseppe De Carli”. Un confronto incisivo e circostanziato che, oltre a presentare una panoramica del tema, ha offerto numerosi stimoli di riflessione.

Prende il via, quindi, la cerimonia di premiazione. La prima ad essere premiata è Laura Galimberti per la sezione “Chiesa e pandemia”, con l’opera Quel virus che “ricentra”. Diario di una Chiesa domestica (RomaSette.it) nella quale racconta con efficacia la vita di una parrocchia romana e, attorno ad essa, delle chiese domestiche animate da numerose famiglie che, durante il periodo del lockdown, hanno mantenuto vivi la preghiera, la solidarietà e tutti quei valori percepiti con più forza durante le restrizioni. Giornalista professionista dal 2002, Laura Galimberti è stata anche curatrice, fra l’altro, di “Varchi di Luce”, per TV2000, 14 cortometraggi sulle opere di misericordia, opera premiata al Premio De Carli 2019. Attualmente coordina l’ufficio comunicazione della Provincia Euro-Mediterranea dei gesuiti e della Provincia Italia dei Fratelli delle scuole cristiane.

La sezione “Comunicazione e migranti” ha visto un ex aequo tra Stefano Leszczynski (Radio Vaticana) e Giammarco Sicuro (Tg2 Rai). Giornalista di Radio Vaticana, Leszczynski è stato premiato per la narrazione dell’odissea del giovane Moussa, “Non mi chiamo rifugiato. La storia di Moussa fuggito dal Mali”. Una nuova forma di comunicazione – come si afferma nelle motivazioni – delle storie di migrazione: non solo testimonianze di rifugiati ma narrazioni ricche di approfondimenti, empatia e informazione, con grande forza comunicativa, completezza e accuratezza. Attualmente Leszczynski realizza e conduce trasmissioni di approfondimento sulla cronaca locale e internazionale con il programma “Il Mondo alla Radio”. Il giornalista Rai Giammarco Sicuro è stato premiato per il servizio “L’accampamento dei bambini”. Un servizio dal notevole impatto comunicativo, dal momento che i video sono stati girati direttamente dall’autore nei luoghi oggetto del racconto. Crudo, perché cruda è la portata di un dramma umanitario – si afferma nelle motivazioni – Magistrale la scrittura della sceneggiatura, efficace la denuncia delle vessazioni burocratiche, il ruolo dei Cartelli nel decidere vita e morte di tante persone disperate, lo strazio delle famiglie divise. Molti i fatti di cronaca italiana e internazionale raccontati da Sicuro nella sua carriera, dal naufragio della Costa Concordia ai più importanti arresti di mafia degli ultimi anni, la situazione Covid-19 in Spagna e la crisi tra le due Coree.

Per la terza sezione – “Informazione e tradizioni religiose” – è stata premiata Sara Lucaroni (Avvenire) con l’articolo La famiglia icona dell’esodo yazida ha ritrovato casa. Attraverso questa vicenda privata i cui protagonisti sono presentati nella loro dimensione individuale – si legge nelle motivazioni – l’autrice riesce a far rivivere la tragedia collettiva degli Yazidi, con mirabile precisione nella ricostruzione degli eventi, partecipazione umana, stile coinvolgente e forza comunicativa. Molti i reportage firmati dalla Lucaroni nella sua carriera da Iraq, Siria e Turchia e inchieste per L’Espresso, Avvenire, Speciale TG1, SkyTG24, ma è particolare il trasporto e l’empatia umana e professionale – come afferma la stessa Lucaroni – per gli Yazidi e la loro tragedia.

“La novità di quest’anno – spiegano Elisabetta Lo Iacono e Giovanni Tridente, fondatori dell’Associazione Giuseppe De Carli – è stata l’introduzione di due nuove sezioni, grazie alla collaborazione con i Comitati Informazione, migranti e rifugiati e Giornalismo e tradizioni religiose, che ha ampliato le aree tematiche su questioni centrali per la società e attorno alle quali la Chiesa sta dimostrando particolare sensibilità. Quello che non rappresenta una novità è l’elevato livello dei lavori partecipanti, segno di un’informazione di qualità trasversale alle testate religiose e laiche e che, da qualche anno, trovano il riconoscimento con questo Premio, nato per ricordare un grande professionista qual era Giuseppe De Carli”. Nel corso della cerimonia sono intervenuti anche Luca Collodi, caporedattore di Radio Vaticana Italia, in rappresentanza dei giurati della sezione “Chiesa e pandemia” (Maria Laura Conte, Assunta Corbo e Carlo Fontana) e i responsabili dei due Comitati al cui interno sono state costituite le rispettive giurie. Il Premio “Giuseppe De Carli” è sostenuto da BPER Banca, rappresentata alla cerimonia dal dott. Angelo Amodeo, direttore regionale Lazio.

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Attualità

L’Inarsind scrive al ministro Giovannini: necessario un chiarimento sulla Questione della demolizione e ricostruzione in zona vincolata

“Essere in zona a vincolo paesaggistico non può bloccare l’edilizia migliorativa di immobili non vincolati e fatiscenti”.

Paolo Castiglia

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Con una nota inviata al Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini, Inarsind, Associazione Sindacale di Architetti ed Ingegneri Liberi Professionisti, interviene sul recente dibattito riguardante l’intervento di demolizione e ricostruzione con diversa sagoma e volume, inteso come ristrutturazione edilizia in area sottoposta a vincolo paesaggistico.

Come è noto, il parere reso dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, secondo il quale con il termine immobili, il legislatore intende “sia gli ambiti sottoposti a vincolo in quanto tali, sia gli edifici ricompresi nei medesimi ambiti”, ed ancora “intende preservare la conformazione dello stato dei luoghi, salvaguardando il territorio da qualsiasi trasformazione che sia esteticamente percepibile, e include, pertanto, anche gli interventi realizzati su edifici compresi in ambiti vincolati nel loro complesso”, ha imposto la tutela anche ad edifici di dubbia qualità estetica e funzionale, costruiti nella maggior parte dei casi negli ultimi quarant’anni, da conservare nella loro configurazione originaria soltanto perché ricadenti in aree sottoposte a vincolo paesaggistico, impedendone la ricostruzione con canoni estetici e funzionali finalizzati a  migliorare quel paesaggio che si vuole tutelare.

INARSIND ritiene che, qualora il legislatore avesse voluto davvero includere gli immobili in area sottoposta a tutela paesaggistica alla limitazione normativa, avrebbe fatto riferimento espressamente agli articoli 134 (Beni paesaggistici),136 (Immobili ed aree di notevole interesse pubblico) e 142 (aree tutelate per legge) del Codice, eliminando così qualsiasi ragionevole dubbio.

L’Inarsind auspica l’attenzione del Ministro ed un approfondimento della materia, che potrà giovarsi del lavoro della  Commissione di esperti istituita per la più complessiva revisione del DPR 380/2001 ed a cui lo stesso Inarsind ha chiesto venga sottoposta la nota inviata

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