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Scienze

Da Frascati l’energia di una stella

Mario Russo

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Saranno i Castelli Romani a ospitare la Divertor Tokamak Test facility (DTT), una macchina sperimentale per la produzione di energia dalla fusione nucleare

Alla fine Frascati ce l’ha fatta. La cittadina alle porte di Roma ospiterà la Divertor Tokamak Test facility (DTT), il Centro di eccellenza internazionale per la ricerca sulla fusione nucleare…

 Saranno i Castelli Romani a ospitare la Divertor Tokamak Test facility (DTT), una macchina sperimentale per la produzione di energia dalla fusione nucleare

Alla fine Frascati ce l’ha fatta. La cittadina alle porte di Roma ospiterà la Divertor Tokamak Test facility (DTT), il Centro di eccellenza internazionale per la ricerca sulla fusione nucleare. Il Consiglio di Amministrazione dell’ENEA, infatti, ha approvato la Relazione conclusiva con la graduatoria finale delle nove località candidate. Al primo posto, con il punteggio più alto, assegnato dall’apposita Commissione di valutazione, c’è il sito di Frascati.

È stato un percorso laborioso e di grande impegno”. – Ha spiegato l’ingegner Alessandro Ortis, presidente della commissione (e già presidente dell’Autorità per l’energia) – “Dai sopralluoghi effettuati nei sessanta giorni di istruttoria e dall’esame della documentazione ricevuta sono emerse indicazioni fattuali per valutare l’idoneità dei siti: a ogni requisito è stato associato uno specifico punteggio”.

Vittoria, ci abbiamo creduto subito”, esulta Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio. E, in effetti, lo stesso Presidente, rispondendo, in fase di candidatura, alla richiesta del sindaco di Frascati, Roberto Mastrosanti, affinché la Regione Lazio presentasse la propria candidatura a sostegno del sito di Frascati aveva risposto: “La Regione Lazio sostiene con forza la candidatura del sito Enea di Frascati per ospitare la realizzazione del DTT. Ci attiveremo da subito affinché sia proprio Frascati il luogo scelto in Italia per realizzare questo importante esperimento per la fusione termonucleare. Un’iniziativa che avrà risvolti importanti dal punto di vista scientifico e tecnologico ma soprattutto avrà ricadute economiche e occupazionali per l’impiego di molti giovani” (fonte Askanews).

Adesso si apre la fase dell’avvio operativo per garantire il rispetto della tempistica e degli adempimenti previsti. L’avvio dei lavori della DTT è atteso entro il 30 novembre 2018, con la previsione di concluderli in sette anni. Saranno coinvolte oltre 1500 persone di cui 500 direttamente e altre 1000 nell’indotto con un ritorno stimato di 2 miliardi di euro, a fronte di un investimento di circa 500 milioni di euro. I finanziamenti sono sia pubblici che privati e vedono la partecipazione di Eurofusion, il consorzio europeo che gestisce le attività di ricerca sulla fusione (60 milioni di euro) per conto della Commissione europea, il MIUR (40 milioni), il MISE (40 milioni impegnati a partire dal 2019), la Repubblica Popolare Cinese con 30 milioni, la Regione Lazio (25 milioni), l’ENEA e i partner con 50 milioni a cui si aggiunge un prestito BEI da 250 milioni di euro.

“L’ENEA ha sempre ricoperto un ruolo d’eccellenza nella ricerca sulla fusione e con DTT l’Italia potrebbe mettere a frutto le competenze e le professionalità accumulate in anni di studi”, ha commentato Aldo Pizzuto, responsabile Dipartimento Fusione e Tecnologie per la Sicurezza Nucleare. “Si tratta di un’occasione unica anche per l’ambiente – aggiunge Pizzuto – perché l’energia ottenuta dal processo di fusione è sicura, inesauribile e in grado di soddisfare consumi energetici in costante crescita, e libera da CO2 perché non brucia combustibili fossili”.

La fusione, processo opposto alla fissione nucleare, infatti, si propone di riprodurre il meccanismo fisico che alimenta le stelle per ottenere energia rinnovabile, sicura, economicamente competitiva, in grado di sostituire i combustibili fossili e contribuire al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione. La DTT nasce per fornire risposte scientifiche e tecnologiche ad alcune problematiche particolarmente complesse del processo di fusione (come la gestione di temperature elevatissime) e si pone quale “anello” di collegamento tra i grandi progetti internazionali ITER e DEMO. Il DTT, infatti, dovrà effettuare esperimenti in scala in grado di cercare alternative per il divertore in grado di integrarsi con le specifiche condizioni fisiche e le soluzioni tecnologiche previste in DEMO (una centrale nucleare a fusione in grado di fornire energia elettrica alla rete entro il 2050).

“DTT rappresenta una grande sfida tecnologica per il nostro Paese che potrà generare un giro d’affari di 2 miliardi di euro e riqualificare il tessuto industriale nazionale”, ha dichiarato Flavio Crisanti, Responsabile scientifico del progetto.

Ideata dall’ENEA in collaborazione con CNR, INFN, Consorzio RFX, CREATE e alcune tra le più prestigiose università italiane, la DTT sarà un cilindro ipertecnologico alto 10 metri con raggio 5, all’interno del quale saranno confinati 33 metri cubi di plasma con un’intensità di corrente di 6 milioni di Ampere (pari alla corrente di sei milioni di lampade) e un carico termico sui materiali fino a 50 milioni di watt per metro quadrato (oltre due volte la potenza di un razzo al decollo).

Il plasma lavorerà a oltre 100 milioni di gradi mentre gli oltre 40 km di cavi superconduttori di niobio, stagno, titanio distanti solo poche decine di centimetri, saranno a 269 °C sotto zero. Bersaglio di tutta la sorgente di potenza, il divertore, elemento chiave del tokamak e il più sollecitato dalle altissime potenze, composto di tungsteno o metalli liquidi, rimuovibili grazie a sistemi altamente innovativi di remote handling.

 “Oggi è l’Italia che vince – ha dichiarato il Presidente dell’ENEA Federico Testa – perché investe sulla conoscenza e sull’energia sostenibile con un progetto che garantisce prospettive scientifiche e occupazionali positive per tutti e, in particolare, per i giovani”.

Direttore di Foritalynews, docente alla Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, competenze in tecnologie della comunicazione audiovisiva e multimediale e nel marketing. Esperto in comunicazione istituzionale e comunicazione politica (almeno credevo! Vista l'anti-comunicazione attuale). Particolarità: non ho ancora deciso cosa farò da grande.

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Attualità

L’uso smodato degli smartphone può causare demenza nei giovani

Dal 2021 sono stati condotti centinaia di studi che correlano un utilizzo smodato e continuativo dello smartphone, superiore alle sette ore al giorno, a una riduzione del volume cerebrale negli adolescenti e nei giovani adulti.

Marco Matteoli

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Attualmente si stima che oltre 6 miliardi di persone sul pianeta utilizzino uno smartphone. Un numero incrementato vertiginosamente dal 2007, dopo la messa sul mercato dell’iPhone e della rivoluzione digitale mobile. Studi scientifici e ricerche biopsicosociali dimostrano che la sovra-stimolazione cronica, soprattutto nei cervelli adolescenziali in via sviluppo, sia correlata a un incrementato rischio di disordini cognitivi, emotivi e comportamentali, sia negli adolescenti che nei giovani adulti. E’ stato dimostrato, inoltre, che la sovraesposizione agli stimoli sensoriali digitali come quelli di smartphone – nello specifico attraverso attività di scrolling afinalistico sui social media soprattutto nei più giovani – determini effetti simili a quelli riscontrati negli adulti affetti da demenza lieve, come difficoltà di concentrazione, amnesia anterograda (difficoltà ad acquisire nuovi ricordi), difficoltà nella socializzazione e disturbi dell’umore.

L’associazione tra l’utilizzo problematico di internet e problemi strutturali della materia grigia cerebrale è stata riscontrata in molteplici studi, quello più importante, della Cambridge University del 2021, [1] ha osservato, che al confronto con una popolazione meno esposta ai social network, gli abusatori di digitale mostrano una significativa riduzione della materia grigia cerebrale in corrispondenza del giro del cingolo anteriore e della corteccia prefrontale dorso laterale. Reperti confermati con l’esame di risonanza magnetica, sia in studi caso controllo che in metanalisi della letteratura [2-3].

Uno studio pubblicato nel 2022 su “journal of integrative neuroscience” [4] ipotizza che il cervello dei ragazzi appartenenti alla Generazione Z (nati tra il 1995 e il 2015) sarà maggiormente soggetto a decadimento cognitivo e demenza in età avanzata rispetto le generazioni antecedenti come i Millennial (nati tra il 1980 e il 1994), la generazione X (nati tra il 1965 e il 1979) e i baby boomers (nati tra il 1945 e il 1964), e si ipotizza che entro il 2060 ci sarà un incremento di circa 4 o 6 volte di demenza precoce e disfunzioni cognitive di grado moderato. L’eccessivo screen time, ovvero un utilizzo dello smartphone superiore alle 6,5 ore al giorno, soprattutto in una popolazione avente il cervello in via di sviluppo, come quella degli adolescenti, può dunque causare veri e propri casi di “demenza digitale”, oltre ad essere associato a un incremento dell’impulsività, craving per il cibo [5], senso di isolamento, riduzione del tono dell’umore, declino della memoria e della plasticità cerebrale, riduzione della soglia dell’attenzione e veri e propri casi di dipendenza dallo strumento. Come ogni dipendenza, tuttavia, è stato anche studiato [6] che almeno sette giorni di “digital detox” possono ridurre il senso di FOMO (Fear of missing out), migliorare il tono dell’umore e le capacità relazionali.

In una società pervasa oramai dall’utilizzo di social media e intelligenza artificiale, è importante ribadire quanto sia necessaria una consapevolezza profonda nell’utilizzo di queste tecnologie, che non vanno demonizzate, tuttavia non deve neanche essere sottovalutato il tangibile rischio di avere, tra vent’anni, una pletora di quarantenni affetti da demenza precoce.

Fonti:

[1] Solly, J.E. et al. (2021) ‘Structural gray matter differences in problematic usage of the internet: A systematic review and meta-analysis’, Molecular Psychiatry, 27(2), pp. 1000–1009.

[2]Montag, C. and Becker, B. (2023) ‘Neuroimaging the effects of smartphone (over-)use on brain function and structure—a review on the current state of MRI-based findings and a roadmap for future research’, Psychoradiology, 3.

[3]Lee, D. et al. (2019) ‘Lateral orbitofrontal gray matter abnormalities in subjects with problematic smartphone use’, Journal of Behavioral Addictions, 8(3), pp. 404–411.

[4] Manwell, L.A. et al. (2022) ‘Digital Dementia in the internet generation: Excessive screen time during brain development will increase the risk of alzheimer’s disease and related dementias in adulthood’, Journal of Integrative Neuroscience, 21(1), p. 028.

[5] Filippone, L., Shankland, R. and Hallez, Q. (2022) ‘The relationships between social media exposure, food craving, cognitive impulsivity and cognitive restraint’, Journal of Eating Disorders, 10(1).

[6] Brown, L. and Kuss, D.J. (2020) ‘Fear of missing out, mental wellbeing, and social connectedness: A seven-day social media abstinence trial’, International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(12)

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Benessere

Le fibre: davvero molto preziose per il nostro organismo

Lo spiega Massimiliano Varriale, proctologo, chirurgo del Sandro Pertini di Roma

Redazione Foritalynews

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Le fibre sono la componente in cellulosa delle piante: quelle alimentari, in particolare, sono le componenti in cellulosa presenti variabilmente, all’interno dei vegetali commestibili. Costituiscono la parte inassimilabile del vegetale ingerito. Nell’apparato digerente umano, infatti, non essendo presente come per quello dei ruminanti l’enzima capace di scindere la cellulosa, le fibre transitano senza essere assimilate e senza fornirci calorie o altre sostanze nutritive. Per questo, in fisiologia umana, si identifica come fibra la parte degli alimenti vegetali che non viene degradata dagli enzimi digestivi.
Sembrerebbe quindi che le fibre siano nemiche del nostro organismo, tutt’altro! Esse, se usate oculatamente e dosate su ogni persona, non provocano affatto danni, anzi, come spiega il prof. Massimiliano Varriale, proctologo, chirurgo del Sandro Pertini di Roma: “Le fibre svolgono tre azioni importantissime per il buon funzionamento del nostro apparato digestivo: richiamano acqua, contribuendo ad ammorbidire le feci e a facilitarne il transito; aumentano il volume delle feci, stimolando la motilità intestinale e favorendo l’evacuazione; puliscono a fondo le pareti intestinali, come fossero una scopa di saggina”.

Tali fattori fanno sì che il tempo di stasi della massa fecale sia molto più breve rispetto a chi ha una dieta priva o povera di fibre, favorendo conseguentemente una più rapida espulsione dei prodotti di scarto, delle tossine e un minor contatto di prodotti dannosi con la mucosa intestinale. Tutto ciò aiuta anche nella prevenzione dei tumori della parte finale dell’intestino. Diverse ricerche stabiliscono la necessità di 25-30 grammi giornalieri, ma senza stare a fare strani calcoli, diciamo che una buona introduzione di verdura e frutta ci garantirà la quota.

“Un’ottima fonte di fibre è costituita – spiega Varriale – dai cereali integrali, dalla frutta secca e dai legumi, oltre che da frutta e verdura. Le fibre alimentari sono da preferire alle fibre pronte da acquistare in farmacia: le bustine contenenti fibre estratte chissà come e pagate a caro prezzo non sono in alcun modo migliori di una bella insalata fresca o di una bella porzione di frutta!”

È evidente che, purtroppo, il nostro organismo non è più abituato a lavorare in certe condizioni. Immettendo sempre di più prodotti confezionati, ricchi di zuccheri raffinati, e tanti prodotti carnei, contribuiamo a far sì che il nostro apparato digestivo si “dimentichi” del beneficio di questi spazzini naturali.

Chi ha problemi di stipsi deve necessariamente inserire nella propria alimentazione il giusto apporto di fibre cominciando con dosi minime, per poi proseguire gradualmente e annotando le varie conseguenze fisiche che questa reintroduzione susciterà. Anche per chi non abbia particolari problemi di stitichezza, quando e se ci si renda conto di consumare poca frutta e verdura, si dovrebbe cominciare a porre gradualmente rimedio.
Una volta arrivati, poco per volta, al giusto regime di consumo, come si potrà comporre un pasto ben bilanciato? Alcuni consigli ancora da Varriale: “Introdurre nella dieta un pasto di legumi, bilanciato con cereali per avere il giusto apporto di proteine, almeno tre volte a settimana, poi iniziare con dei passati, per evitare che la buccia, dei fagioli in particolare, ricca di fibre ma per alcuni indigesta, possa creare gonfiori, soprattutto se associamo i legumi ad altre proteine animali o a frutta. Sono da prediligere cereali integrali in chicchi alternandoli alla solita pasta: se proprio non ci piace il gusto, proviamo con chicchi decorticati o perlati, sebbene in quest’ultimo caso le fibre siano in quantità minore”.
“E’ bene poi consumare come spuntino – conclude l’esperto – carote, sedani e finocchi, ma anche frutta secca e semi oleosi, fonti di vitamine e grassi polinsaturi. Grazie a tali semplici accorgimenti si potrà rapidamente raggiungere un consumo ottimale di fibre che, a catena, genererà una serie di benefici difficilmente raggiungibili consumando snack pronti, pasti precotti o prodotti da farmacia”.

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Scienze

Il Dr. Dolittle può insegnarci a prenderci cura del nostro lato animale

Un film per famiglie che racconta le avventure del bizzarro Dr. Dolittle, il medico che sa parlare con gli animali, ma la sua interpretazione può essere meno banale di quanto non si creda

Marco Matteoli

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Il film, prodotto da Stephen Gaghan, è uscito nelle sale cinematografiche statunitensi il 17 gennaio 2020, e in Italia il 30 dello stesso mese. Robert Downey Jr., conosciuto dai giovanissimi per la sua interpretazione di Iron Man nella saga degli Avengers, veste i panni del  veterinario John Dolittle, protagonista di una serie di libri per bambini di Hugh Lofting. Il Dr. Dolittle è un medico che evita i pazienti umani a favore degli animali, poiché in grado di comprenderne la lingua.

Konrad Lorenz, nel suo libro “l’anello di re salomone”, pubblicato per la prima volta nel 1949, parla di come gli animali usano schemi comportamentali e movimenti corporei per comunicare tra di loro, un tipo di linguaggio in realtà utilizzato in maniera inconscia anche dagli esseri umani; nell’ambito comunicativo si parla di comunicazione non verbale (CNV). La conoscono bene gli esperti di comunicazione persuasiva o di cold reading, che sfruttano la CVN per identificare la menzogna o gli interessi del loro interlocutore. il Dr. Dolittle ci insegna che per comprendere a fondo l’essere umano (e noi stessi) dobbiamo essere in grado di capire il suo lato primitivo, incontrollato, il suo lato animale, spesso incomprensibile.

Il film di Gaghan non mira a compiacere un pubblico troppo adulto, tuttavia racchiude chiavi interpretative che solo un adulto può comprendere: animali dall’anima umana che ci ricordano i nostri stessi problemi: ansia, depressione, rabbia, incapacità di comunicare, incapacità di fidarsi di un mondo che non ci sa capire.

Emblematica è la scena nella quale il Dr. Dolittle fronteggia il Drago, archetipo Junghiano del nostro lato oscuro, delle nostre pulsioni, della nostra istintività. Nella scena del film, la lotta corpo a corpo porta solo alla sconfitta dei soldati e alla furia dell’animale, che viene però quietato dalla capacità del protagonista di comprendere la sua lingua (livello mentale) e il suo dolore emotivo (livello emozionale). La vittoria finale viene raggiunta poi quando il dottore cura fisicamente il drago. La morale della favola stravolge la tradizionale lotta dell’eroe contro il suo drago, passando dal paradigma della soppressione dei propri demoni a quello del “prendersene cura”, ovvero comprenderli, accettarli e amarli. Un film insomma, poco apprezzato dalla critica, che però può avere un valore pedagogico e psicologico nascosto, foriero di crescita interiore.

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